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Intervista a Rossana Rossanda di Stefano Bocconetti Intervista alla fondatrice de "il manifesto" sulla "cosa rossa" e il destino della politica «L'unità è necessaria ma debole. Torniamo a ragionare sulle nuove forme di dominio» Rossanda: «Cosa chiedo alla sinistra? Di essere prima di tutto anticapitalista» Non saprei risponderti. Vado per intuizione. E suppongo che al «soggetto» verrebbe lasciata maggiore articolazione, in modo che ogni sigla possa mantenere le sue virtù e i suoi difetti. I suoi apparati e - perché no? - i suoi finanziamenti. Comunque mi pare che anche la scelta di parole come questa rifletta la diffidenza diffusa per la forma partito. Forma molto esorcizzata ma poco analizzata. Insomma, tutti danno per scontato che un partito non può essere che una irreggimentazione verticale, antidemocratica. Per natura o necessità di funzionamento. Ma tutto ciò fornisce un alibi per eludere una proposta forte. A me non piacciono le polemiche e quindi mi guardo bene dal farle. Però, poco tempo fa, qualcuno, sostenendo la necessità di procedere subito a un'aggregazione della sinistra esistente, ha sostenuto che in fondo i vari pezzi della sinistra italiana hanno molte più cose in comune di quante non ne abbia per esempio Die Linke in Germania. Bene, basta andarsi a leggere i documenti del congresso tedesco. E scoprire così che quel partito delinea un'analisi seria, efficace dello sviluppo capitalista. E definisce per sé un ruolo di opposizione al dominio del capitale. Parola antica ma che a me sembra ancora la più appropriata. Ecco, quella è un'idea forte. Quella che manca in Italia. E riflettiamo allora su questi movimenti. Io credo che siano importanti. Lo sono stati e lo saranno. Ma non è con la spontaneità che affronteremo le questioni decisive. Chiariamoci: io non sono indifferente a chi parla della
necessità di costruire una "massa critica" per pesare sulle
istituzioni, e che deve avere anche una dimensione tale da non poter essere
scartata negli equilibri del governo. Fin qui ci siamo. In tutto ciò, però,
resta indefinito un punto: che cosa rappresenta questo soggetto, quale
"blocco storico" del 2007 esprime e che cosa persegue? O magari, c'è
qualcuno che sostiene che una società complessa porti all'esistenza di tanti
"blocchetti" storici? Vogliamo parlare chiari? Allora dobbiamo partire dal primo di questi "temi spinosi". La domanda è: sarà un soggetto anticapitalista o no? E che significa essere "anticapitalista" in piena mondializzazione? Oggi dire "antiliberista" non si presenta neppure come una tattica, perché andrebbe inserita in un orizzonte e un percorso che non sono neppure tratteggiati. Sia chiaro, non sono tratteggiati neanche dai movimenti. Che sicuramente sono più simpatici perché almeno non riflettono gli interessi, poveri e inevitabili, di un apparato partitico. Ma ti ripeto: tanti antagonismi, ognuno radicale e separato, non mettono neanche lontanamente in discussione un sistema potente e capace di una repressione unita al consenso, che trenta anni fa neppure immaginavamo. Capitalismo a cui bisognerebbe opporsi. Ma insomma, sappiamo cosa sono oggi Cina o India? Sono solo gli esempi flagranti del consenso al capitalismo. Capitalismo che lasciato a sé, porterà a nuove, drammatiche guerre commerciali. E non lo dico certo solo io, basterebbe aver letto Immanuel Wallerstein. Una terribile regressione. Ma chi ne discute, qui in Italia? Chi ne discute a sinistra? Nessuno Presumo di sì. Ti dirò di più: dalle nostri parti è invalsa l'antica idea che ogni grande partito rappresenti un bacino sociale ed elettorale stabilizzato. Che se lasciato senza riferimento, attende solo di essere riempito da altri che ne riflettano la cultura e i bisogni. Non sono certa che questa tesi, che pure - sia chiaro - ha alimentato anche le nuove sinistre negli settanta, sia corretta. Sia quella giusta. La crisi di un grande partito non è mai solo crisi di gruppi dirigenti, rivela anche molto altro: un'incertezza diffusa di sé, alimentata dalla reticenza a guardarsi in faccia. La crisi di un partito muta le speranze e riorienta i bisogni. Insomma, si perde molta gente per strada. Senza contare che il "grande partito" è rassicurante in sé, e non è detto che gli altri partiti, che si presentano più "fedeli all'origine", riescano ad attrarre i suoi ex aderenti. E' un errore che abbiamo fatto tutti, e ha fatto - perché non dirselo? - a lungo anche Rifondazione. Poche decine di euro al mese lorde per persone che ne prendono cinquecento. Cascano le braccia. Ma pure in questo caso: in Italia c'è una sinistra che ancora non ha affrontato di petto il nodo dell'Europa. Di questa istituzione che è una parte importante del dominio capitalista globale. Dominio che di fatto rende difficilissima, quasi impossibile qualsiasi ipotesi redistributiva. Eppure, anche qui, la sinistra italiana non ne parla. Si occupa di altro. Ma non vorrei essere fraintesa: io dico che è meglio di niente se le diverse sigle della sinistra trovano un qualche accordo per l'unita d'azione sul piano istituzionale, nel breve periodo. Ma vedo che non riescono ad andare oltre. Insisto: meglio che niente. Ma se poi arrivano perfino a teorizzare tutto ciò, beh... allora qui non ci siamo proprio. Ma ne dobbiamo davvero parlare? L'unica cosa che mi viene da dire è che alla sua prima uscita pubblica da segretario dei democratici m'è sembrato nazionalpopolare. D'un nazionalpopolare che definirei postberlusconiano. Piuttosto della vicenda Veltroni mi interesserebbe riflettere su un altro versante... Io non sono affatto convinta che chi l'ha messo lì, lo faccia poi davvero gareggiare quando sarà il momento. Insomma, penso che quando si tratterà di decidere il nuovo candidato premier, sarà già bello e che bruciato. Sai, in quegli ambienti gli odi e i rancori sono davvero micidiali. Ma lasciamo perdere... è solo una sensazione. |