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La sinistra manca di "anticapitalismo", dice Rossanda, cosa significa dalla tua prospettiva di economista anticapitalista? Però le novità nel capitalismo ci sono, eccome. Provo ad elencarne alcune. La "concentrazione senza centralizzazione": cosicché la cooperazione sociale non si affianca più, necessariamente, alla concentrazione di lavoratori, sempre più omogenei, in un luogo unico. La mutazione della natura del lavoro, soggetto a una frammentazione e precarizzazione trasversali e universali, dove ogni tipo di prestazione viene controllata sempre meno da un comando diretto, e sempre più impersonalmente dal "mercato", reale o virtuale (cioè interno all'impresa) che sia, a fronte di una drammatica compressione dello stato sociale. Il nuovo ruolo della Cina, più che dell'India: polmone manifatturiero e al tempo stesso perno del dollaro come valuta mondiale, non si sa sino a quando. Infine, per non farla troppo lunga, la terna lavoratore spaventato/risparmiatore terrorizzato (o meglio, soggetto a una sindrome maniacale-depressiva)/consumatore indebitato. Un fenomeno che è l'altra faccia delle nuove forme che ha assunto il primato della finanza, e del modo con cui si è per ora risolto il problema della realizzazione monetaria del plusvalore. Ciò configura una vera e propria "sussunzione reale" del lavoro alla finanza e al debito. Qui si innesta la nuova politica monetaria, che inonda di liquidità le economie: va avanti imperterrita la deflazione salariale, grazie a quanto ho appena ricordato e che è il contenuto vero della "globalizzazione", e a schizzare verso l'alto non sono le retribuzioni o i prezzi delle merci, sono soprattutto i prezzi dei titoli e degli immobili, e con essi l'indebitamento delle famiglie. Non so bene cosa intenda Rossanda per "nuove forme del dominio". Ma se dovessi, per mio conto, andare a cercare quelle che io chiamerei piuttosto le "nuove forme del vecchio sfruttamento", e insieme dovessi dar conto dell'accresciuta instabilità e della maggiore resilienza del capitalismo (anche sul terreno del consenso, cui pure accenna Rossanda), partirei di qui. Per esempio, dal fatto che i lavoratori vengono inclusi, volenti o nolenti, nel circuito della finanza e nella spirale del debito, che questo ha ricadute sulla valorizzazione diretta nei luoghi di lavoro ovunque, che questo si accompagna a un indebolimento tanto materiale quanto ideologico del mondo del lavoro. Tanto più quando chi dovrebbe fare economia politica critica processi di questo genere non li vede nemmeno, e pensa davvero che i trenta anni gloriosi siano stati una età d'oro, e magari un anticipo di comunismo sotto mentite spoglie. Se la sinistra pensa di bloccare questa dinamica con gli scongiuri, perché questo sono il reddito di esistenza, qualche flebile difesa delle vecchie garanzie, l'invocazione del conflitto, o formule `contabili' sulla finanza pubblica, non si andrà lontano. Intanto, l'Europa e l'Italia cambiano rapidamente sotto i nostri occhi. Su queste colonne l'anno passato si è sostenuto che la ripresa europea era trainata dalla domanda interna. In realtà non è così: basta leggersi, non dico Halevi (ma devi scovarlo nelle pagine interne del Manifesto ) ma Marcello De Cecco su Repubblica , per capire che dietro il boom tedesco ci sono in primo luogo, ancora una volta, le esportazioni, e ora gli investimenti di ristrutturazione, sostenuti da una politica economica e un sistema bancario tutto meno che di laisser faire. Dove conta cosa si produce, macchine e tecnologia, cosa e dove si esporta, ma anche cosa e da dove si importa. Il rapporto privilegiato con la Cina, da cui si importano beni di consumo e verso cui si esportano beni di investimento. Un modello neomercantilista, che però dipende dal traino del resto del mondo, e che potrebbe rapidamente andare in crisi se franasse l'asse Usa-Cina, se dunque l'instabilità del nuovo capitalismo venisse di nuovo allo scoperto. Parte delle medie imprese italiane si è agganciata a questo modello: sta nella subfornitura della manifattura centro-europea, esporta nei nuovi mercati emergenti, soprattutto asiatici. Della bilancia commerciale ce ne si può disinteressare, in una Europa della moneta unica. Intanto il nostro sistema bancario assume dimensione europea. Siamo però doppiamente subalterni, godiamo di una crescita dipendente al quadrato: perché trainati da uno sviluppo a sua volta non autopropulsivo. Le nostre imprese di successo sono in posizione subordinata nella filiera produttiva integrata europea, e ciò che esportiamo nelle nuove aree non ha caratteri tecnologicamente avanzati: sono perciò a rischio di spiazzamento quando dall'Asia e dall'Est europeo si importeranno anche i beni intermedi che oggi fornisce la nostra meccanica di qualità. A questo nodo di questioni si risponde con interventi strutturali, che non possono essere quelli di voler imitare i paesi del `centro' sic et simpliciter, seguendo il mito della `via alta alla competitività'. Perché, sia chiaro, nelle aree forti d'Europa, come ovunque, l'altra faccia del successo dell'azienda centrale della filiera, che controlla strategia e saperi, è proprio l'esternalizzazione di basse tutele e bassi salari sulle imprese fornitrici. Per questa ragione avanzamento tecnologico e precarizzazione vanno avanti insieme, e sono trasversali ai paesi del "centro" e della "periferia" dell'Europa, perché la catena della produzione di valore attraversa l'uno e l'altra. Una via di uscita autentica, non socialmente distruttiva, richiederebbe la capacità della sinistra di proporre lei un ridisegno della struttura produttiva con un forte ruolo attivo dello Stato, di autentica programmazione e di piano del lavoro. Imporrebbe di non essere terminale passivo di una richiesta di riforme strutturali, di essere lei a indicare dove e come intervenire. Qualcosa del genere non lo si improvvisa, lo si prepara nel tempo. Con un paziente lavoro. Che era possibile, che è mancato, e di cui ora si pagano i prezzi. Pure, da un altro punto di vista, hanno ragione. La ricerca che mi provo a fare, e a cui invito da troppo tempo, dovrebbe essere per sua natura una ricerca collettiva. E' vero però che questa ricerca non interessa granché, e dunque rimane marginale. Non interessa il Manifesto . Immagino Rossanda e Parlato leggano ogni tanto il "loro" quotidiano: se si vuole leggere qualcosa di sensato si deve andare alla pagina Lavoro, o Internazionale, in spazi compressi. Forse bisognerebbe chiedersi come mai. Non sono sicuro interessi davvero neanche Rifondazione, e forse neppure Liberazione . Perché non stiamo parlando di aprirsi a un generico pluralismo: questo te lo concede chiunque, ormai. E' però vero pluralismo solo se si discute a partire da una posizione chiara, non se si promuovono mille monologhi irrelati o si solleticano le voglie di protagonismo. Il problema che Rossanda correttamente pone è, dal mio punto di vista, quello di un asse marxiano di lettura del capitalismo: non saprei declinare altrimenti il suo "anticapitalistico". E non vedo proprio dei luoghi dove questa ricerca sia assunta davvero. Guarda, per esempio, Alternative per il socialismo . Ho iniziato una collaborazione, e spero di poter sviluppare il mio discorso su quelle colonne. Poi però leggi la lista dei "collaboratori". Trovi un elenco sterminato, in cui c'è tutto e il contrario di tutto. Il che segnala come meglio non si potrebbe lo stato della sinistra su queste questioni. L'assoluta incapacità di sviluppare nel tempo, con il dovuto impegno e il dovuto investimento, una linea di ricerca che ambisca davvero a rispondere alla domanda: cosa è il capitale oggi, come lo si combatte? Che è poi la condizione, non sufficiente ma necessaria, per trovarsi almeno davanti un capitalismo meno selvaggio e disegualitario. Qualcosa che richiede una selezione degli interlocutori, non la sua esplosione. Come dice Rossanda, occorrerebbe "la proposta di un orizzonte e di un percorso che non sono neppure tratteggiati". Su questa strada l'esito prevedibile mi pare lo stesso del dibattito sul "cantiere della sinistra" che avete aperto qualche tempo fa, e a cui mi avete invitato. Che si parla di tutto e di niente, e soprattutto che non si va da nessuna parte. |