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Liberazione, domenica 22 luglio 2007 di Claudio Jampaglia Intervista a Emiliano Brancaccio
Perché l’anti-capitalismo non attecchisce più
La sinistra manca di anticapitalismo, dice Rossanda, la
sinistra politica-partitica ha abbandonato l'analisi anti-capitalista, risponde
il professore Bellofiore. Condividi queste riflessioni?
Mi sembra che Rossanda riconosca l’esigenza di un processo
di ricompattamento della sinistra italiana. Ma aggiunge poi che l’operazione in
corso le pare debole: la ragione principale è che la sinistra non sembra avere
la minima idea di cosa sia oggi il capitale, e non appare quindi capace di
costituirsi quale credibile soggetto anti-capitalista. Ora, per la verità trovo
un po’ difficile parlare di ricompattamento della sinistra subito dopo una
trattativa sulle pensioni che ha visto tante “distonie”, per usare un
eufemismo. Ad ogni modo, io condivido lo spunto di Rossanda, ma penso che
dovremmo interrogarci sui motivi per cui dirigenti e militanti della sinistra
si sono lasciati avvolgere da questa spessa coltre di ignoranza. La mia
risposta è che l’analisi critica del capitale e un conseguente, credibile
anti-capitalismo non attecchiscono più a sinistra perché ormai prevale il
convincimento che siano del tutto inutili. L’idea che pervade i gruppi
dirigenti è che per molti anni a venire non registreremo grandi mutamenti nella
dinamica dei consensi e nei relativi
equilibri politici in campo. Insomma, ben pochi a sinistra te lo diranno
apertamente, quasi tutti nasconderanno il loro disincanto dietro le idee più
strambe, dal comunismo etico-normativo al messianesimo negriano. Ma al di sotto
di questi orpelli pseudo-religiosi, la verità di fondo è che molti si sono
convinti che l’odierno capitalismo, pur traballando, pur essendo foriero di
guerre e squilibri globali, goda almeno in Europa di un consenso
spaventosamente solido. La rozza implicazione politica di un simile
convincimento è ovvia: l’unica cosa da fare per la sinistra è aderire alla
logica neutralizzante del bipolarismo. Che nel caso italiano significa dare per
scontata l’egemonia dei cosiddetti “democratici”, accettare sempre e comunque
l’alleanza con essi e lamentarsi solo ogni tanto per invocare un po’ di
redistribuzione a valle del processo produttivo. In quest’ottica, evidentemente,
lo stesso caso Linke viene letto come una mera eccezione temporanea, che potrà
anche rivelarsi fortunata ma che è destinata presto a rientrare.
Insomma, tu dici che non c’e’ un’analisi anti-capitalista
perché in troppi si sarebbero rassegnati di fronte alla capacità del capitale
di raccogliere consensi. Ma è davvero ineluttabile questo consenso intorno al
capitale?
Io credo che questa visione “rassegnata”, così diffusa
all’interno dei gruppi dirigenti della sinistra, non possa essere liquidata
sbrigativamente. C’è il rischio altrimenti di cadere nell’errore di Bellofiore,
secondo il quale la confusione e l’inazione politica dei giorni nostri
dipenderebbero dal fatto che nessuno lo ascolta. Il vero problema è che le cose
che possiamo dire io, lui, e molti altri, si scontrano con una rassegnazione
che trae linfa dal dato oggettivo di rapporti di forza totalmente sfavorevoli,
che rendono agli occhi di molti inutile anche solo immaginare una politica
economica alternativa (indipendentemente dall’ordine di priorità che le
vogliamo assegnare). A mio avviso, allora, l’esigenza non è semplicemente di
mettersi a tavolino e di redigere una valida analisi e un bel programma. Quello
è senz’altro necessario, ma la verità è che non faremo un passo se non ci concentriamo
sul solo punto debole nella visione dei “rassegnati”, l’unico che potrebbe
forse permetterci di recuperare la sollecitazione di Rossanda
sull’anti-capitalismo. Il punto debole dei rassegnati è che essi si stanno
abituando a non vedere più la crisi,
anche quando questa passa sotto i loro occhi. I rassegnati sembrano cioè
incapaci ormai di fare l’unica cosa che spetterebbe ad una forza credibilmente
anti-capitalista: cercare di anticipare le crisi di sistema per sfruttarle, per
guadagnare consenso.
Tu scommetti dunque su una crisi economica dalle nostre
parti?
Non vorrei esser scambiato per un crollista dell’ultima ora.
Ma in effetti sì, ritengo che nell’arco dei prossimi anni una crisi nell’area
dell’euro sia probabile. La ragione è che l’Unione monetaria, per
stabilizzarsi, esigerà ancora molti sacrifici dai lavoratori, e l’Italia
potrebbe rappresentare uno dei suoi anelli deboli. A questo riguardo, alcuni
giorni fa (Liberazione, 11 luglio) ho scritto un articolo nel quale denunciavo
il pericolo di una crisi commerciale analoga a quella del 1992, che come
sappiamo comportò uno dei più tremendi arretramenti della sinistra e del
movimento sindacale che si ricordino. Senza quella crisi non saremmo mai andati
così spediti lungo la linea della compressione del bilancio pubblico e dei
salari, delle controriforme di Treu e Biagi e delle scellerate privatizzazioni.
Eppure, se vai a riguardare i giornali dell’epoca, vedrai che a sinistra furono
quasi tutti colti di sorpresa dall’attacco valutario. Ora, nella sua recente
intervista Bellofiore ti ha detto che adesso siamo nell’area euro, e quindi
della bilancia commerciale ce ne possiamo disinteressare. Credo che si sbagli.
Dati alla mano, nel mio articolo ho sostenuto che un tracollo commerciale
potrebbe ripetersi: la bassa produttività del nostro paese genera infatti costi
di produzione troppo alti rispetto ai principali paesi competitori, e di
conseguenza ci espone a una futura esplosione
del deficit con l’estero che si tradurrebbe nel timore di una uscita
dell’Italia dall’euro e in una conseguente perdita di fiducia sul valore dei
titoli nazionali. Ti prego di notare la sequenza: è la crisi di competitività e
quindi dei conti esteri che provoca quella dei conti pubblici e non viceversa,
come vorrebbero farci credere i bocconiani e come molti dalle nostre parti si
sono erroneamente convinti che sia.
Quale sarebbe l’implicazione politica di questa analisi?
Più che una implicazione, ho avanzato dati alla mano un
sospetto politico: che le teste pensanti dei democratici, nostri attuali
alleati, stiano puntando consapevolmente alla crisi, poiché sanno che solo
attraverso di essa si potrebbe dare il colpo di grazia definitivo alle residue
resistenze politiche e sindacali e si potrebbe quindi rendere funzionante il
meccanismo di riequilibrio dei conti esteri basato sulla deflazione. Solo
disciplinando i lavoratori con la minaccia della crisi, si riuscirebbe cioè a
imporre una tale deflazione dei salari unitari e del bilancio pubblico da
rimettere in equilibrio la bilancia commerciale. Una deflazione, bada bene, che
questa volta potrebbe essere ancora più intensa del 1992. Infatti, i
democratici faranno di tutto per non uscire dall’euro e quindi, in assenza del
tasso di cambio, l’intero riequilibrio ricadrà sullo schiacciamento della spesa
pubblica per ridurre il reddito e le importazioni, e sullo schiacciamento dei
salari per aumentare la competitività e le esportazioni. Ed inoltre, oggi c’è
deflazione dei salari unitari anche presso i paesi competitori – ad esempio in
Germania - e quindi è molto più difficile recuperare il divario di
produttività. Di fronte a una simile prospettiva ho allora sostenuto che forse
dovremmo chiederci se sia ancora opportuno dare per scontata un’alleanza con
soggetti che puntano alla crisi quale definitivo fattore disciplinante dei
movimenti di rivendicazione, e se non sia invece meglio aprire fin da adesso
una contesa sulla loro catastrofica linea deflazionista. Ora, io non starò
certo a lamentarmi del fatto che nessuno, tra i responsabili economici di
Rifondazione, si sia preoccupato di verificare la validità della mia
previsione; e che, con poche eccezioni, l’ultimo Comitato politico abbia
sostanzialmente glissato su una questione così decisiva. Ti confesso però che
se questo atteggiamento perdura ci sarà da preoccuparsi, se non altro perché
indicherà che la rassegnazione può contribuire ad auto-realizzare le profezie
da cui prende le mosse, in un circolo vizioso disperato.
Tu però guardi il problema dal punto di vista dell’Italia
collocata in Europa. Rossanda parla però anche di “nuove forme di dominio"
e questo ci rimanda ad un'analisi che è stata fatta molte volte sul potere
delle multinazionali, sul comando che la finanza globale eserciterebbe
sull’economia produttiva e sulle politiche locali. Chi sono oggi i dominus
reali che non hanno bisogno di politiche, amicizie, governi, G8?
Questi dominus non esistono. Il capitale si sviluppa sempre
attraverso le amicizie, le politiche e i governi. L’idea di un Impero senza
testa è un retaggio della prima stagione del movimento di Porto Alegre, nella
quale la crisi dello stato-nazione aveva prodotto una fuga verso la massima
semplificazione politica. Ci siamo beati troppo a lungo in una concezione naif
delle lotte, del tipo: da una parte l’Impero e dall’altra le “moltitudini”, da
una parte gli Stati Uniti e dall’altra la “superpotenza” del movimento
pacifista. Queste sono soltanto versioni ingenue del vecchio internazionalismo
trotskista. La verità è che abbiamo invece a che fare con una situazione quanto
mai complessa, nella quale credo ci farebbe più comodo recuperare e aggiornare
le vecchie riflessioni di Lenin sulle alleanze di classe, e persino di Mao
sulla questione nazionale. Mi rendo conto di dire cose poco “glamour”. Ma
personalmente mi rifiuto di contribuire anche io a friggere il cervello dei più
giovani con le pseudo-religioni.
Visto che hai toccato l’argomento, in questi anni hai
frequentato e contribuito ai movimenti italiani e internazionali. Che idea ti
sei fatto della sinistra in movimento? Cosa tenere e cosa buttare dal punto di
vista dell'analisi e della lettura economica?
Il movimento è stato un fiore nel deserto, dopo decenni di
silenzio. E’ stato banale e semplicistico, ma qualcosa è germogliato, qualcosa
di fecondo ci è rimasto. Pur con luci ed ombre, il tuo giornale è un esempio
lampante in questo senso. Personalmente non ho compreso alcune scelte
editoriali, ad esempio mi sarebbe piaciuta una diversa gestione del dibattito
su Cuba e sul Venezuela. Ciò nonostante, dobbiamo riconoscere che Liberazione
ha contribuito a selezionare e a sviluppare i temi più promettenti tra le
numerose istanze originarie del movimento. Penso ad esempio alla eccezionale
visibilità e al nuovo vigore che il giornale ha dato alle rivendicazioni in
tema di generi, di identità sessuali e di conflitto familiare. Si tratta di
battaglie che io reputo cruciali e che secondo me rappresentano un enorme passo
in avanti rispetto alle iniziali, pur degne tematiche di Porto Alegre. A mio
avviso, alcuni degli interventi pubblicati dal tuo giornale in tema di
conflitto di genere e familiare sono quanto di più modernamente
anti-capitalistico – nel senso materialista storico del termine – che si possa
rintracciare oggi tra le nuove tematiche della lotta sociale.
Ritieni che proprio sviluppando queste tematiche possa
maturare un valido progetto per una sinistra anti-capitalista?
Penso che se decidiamo di innestare questi temi e queste
battaglie nel quadro di una impostazione “rassegnata”, in fin dei conti
liberale, il meglio che se ne potrà ricavare sarà qualche rispettabile ma
fallimentare rivendicazione nel campo dei diritti civili. Fallimentare perchè
non verrà mai capita dagli operai, dalle masse popolari, e quindi renderà
insanabile la già evidente frattura tra un elettorato storico e uno nuovo
potenziale. Ben diverso sarebbe invece il caso se provassimo a recuperare e
aggiornare gli studi marxisti sul legame strettissimo tra contraddizioni
sociali e contraddizioni familiari. Che poi, sul piano epistemologico più
generale, significa ritenere che ci sia ancora molto da indagare sul rapporto
tra critica dell’economia politica e psicanalisi. A dimostrazione della cupezza
dei tempi, molti compagni storcono nuovamente il naso di fronte al tentativo di
recuperare seriamente questi temi, e più in particolare quando si cerca di
sollevare il coperchio della famiglia e delle relazioni affettive. Ed invece,
in termini uguali e contrari, le destre hanno perfettamente compreso la
rilevanza di questi argomenti, e da anni remano nella direzione della
blindatura di quel coperchio, attraverso il ripristino del legame tra lo
sviluppo del capitale e il recupero dei vecchi valori, tradizionali, identitari
e disciplinari. Credo si possa nutrire qualche speranza sulla nostra capacità
di contrastare il successo di questa destra montante, soltanto se sapremo
tornare ai fondamenti del materialismo storico, per approfondire il concetto di
“condizioni materiali dell’esistenza”, per riprendere coscienza del rapporto
conflittuale tra riproduzione del profitto e generazione dell’eros, nel senso
etimologico del termine. A me pare evidente che in Europa – e forse soprattutto
in una Italia soffocata dalla reazione pre-conciliare del Vaticano - questa sia
l’unica base sulla quale poter delineare una piattaforma politica al tempo
stesso credibile e avvincente, degna di una sinistra anti-capitalista che abbia
reali mire egemoniche. Per evitare però
che dalle nostre parti questi argomenti si riducano alla solita chiacchiera
intellettualistica, per far sì che essi possano concretamente innestarsi nelle
contraddizioni materiali del sistema e possano esser compresi dalle grandi
masse, è necessario che noi superiamo la logica della “rassegnazione”, e
impariamo di nuovo a leggere e ad anticipare la crisi. Ogni nostra incapacità
di sfruttare la crisi economica, ogni nostro conseguente arretramento sul piano
delle lotte sociali e di genere, restringeranno il campo della conoscenza e
della sperimentazione di sé nell’ambito delle relazioni personali, degli
affetti. E divideranno l’elettorato tra una grande massa reazionaria e una
risibile avanguardia progressista. Questo sarebbe un esito pericolosissimo,
sarebbero i prodromi del fascismo.
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