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C'è un futuro anticapitalista tra crisi e trasformazioni?
Questo giornale ha meritoriamente e coraggiosamente
intrapreso una strada di ricerca non facile, quanto indispensabile, sulle
trasformazioni intervenute nel capitalismo negli ultimi anni e conseguentemente
sui nuovi caratteri che l'anticapitalismo dovrebbe assumere. Uso il
condizionale, poiché come hanno giustamente osservato nelle loro interviste
tanto Rossanda, quanto Bellofiore e Brancaccio (ma le analogie si fermano qui)
che la sinistra debba essere ancora oggi anticapitalista - e non solo
antiliberista, il che non è coincidente - è per l'appunto elemento di
discussione e discrimine fra le anime diverse che popolano la sinistra nel
mondo e nel nostro paese. Tutte e tre le interviste sono assai poco generose
anche verso i gruppi dirigenti della sinistra d'alternativa, accusati di essere
affetti da una sorta di pigrizia intellettuale o di rassegnazione politica
verso l'inevitabilità della perduranza del capitalismo. In alcuni casi queste
rimostranze passano ampiamente il segno del vero, almeno per quanto ci riguarda
direttamente. Non mi pare infatti che ci si possa accusare di avere mai
sostenuto (assieme - chissà perché - ad Ingrao!) la teoria della fine del lavoro
(Bellofiore), oppure la tesi che la causa della caduta del "socialismo
reale" fosse solo dovuta all'assedio esterno del malvagio imperialismo e
non invece in modo determinante dalle aporie su cui quel sistema si fondava
(Rossanda). Ma se queste critiche sono del tutto gratuite, non per questo è
meno valida l'esigenza - l'analisi del moderno capitalismo - posta dai
richiamati autori. Del resto anche Brancaccio, non ci va per il sottile, dal
momento che accusa i dirigenti della sinistra di nascondere la loro
rassegnazione nei confronti della vitalità del capitalismo «dietro le idee più
strambe, dal comunismo etico-normativo al messianismo negriano». Non
riconoscendomi in nessuna di queste correnti di pensiero, vorrei allora
introdurmi in questa discussione, seppure in punta di piedi e con qualche
tremore. Se parto da lontano non è colpa mia, ma del fatto che le grandi
trasformazioni - perché di questo si tratta - vanno colte sui tempi medi se non
lunghi, non certo nelle singole e estemporanee manifestazioni. Non credo vi
siano molti dubbi tra gli studiosi, e comunque questo è il mio parere, sul
fatto che verso la metà degli anni '70 si sia chiusa quella che è stata
chiamata "l'età dell'oro" del capitalismo, segnata da una crescita
impetuosa non solo del capitale, ma anche dei movimenti operai e di liberazione
nel mondo intero. Poi si è imposta la globalizzazione - l'attuale, visto che di
globalizzazioni ne abbiamo conosciute più d'una nella storia del capitalismo -
con uno straordinario impulso dato ai processi di finanziarizzazione
dell'impiego di capitale e di articolazione produttiva delle imprese su scala
mondiale. Se limitiamo il nostro sguardo, per comodità e per pertinenza,
all'Europa Occidentale, verifichiamo che tra il 1973 e il 1998 il Pil è
aumentato del 2,1% all'anno (la recentissima ripresa, su cui tornerò, non
modifica sensibilmente la serie storica), contro un aumento del 4,8% nell'età
aurea Dati del tutto analoghi si hanno per quanto riguarda la decelerazione
nella crescita della produttività del lavoro. La conseguenza è stata l'aumento
consistente della disoccupazione, recentemente solo attenuata. La ragione di
questo aumento non va vista solo nelle trasformazioni oggettive del paradigma
produttivo, cioè nel complesso passaggio dal fordismo alla fine del primato
della produzione di massa per consumi di massa, ma anche nell'imporsi di
precise politiche macroeconomiche. Col senno di poi possiamo dire che
l'assunzione di tali politiche prescinde in una certa misura dal colore
politico dei governi che si succedono, anche se il tatcherismo la fa da
battistrada. E' così che sul finire degli anni '70, e ancor più nei decenni
seguenti, gli obiettivi del pieno impiego e della crescita economica, e la
relazione tra loro, vengono abbandonati. La disinflazione diventa la politica
guida e viene esercitata più dai banchieri centrali che dai ministri delle
finanze. L'Europa di Maastricht nasce così. L'inflazione scende in tutta Europa
da due a una cifra, mentre i tassi di interesse crescono più che nell'età
dell'oro. Scelta confermatissima dalle ultime decisioni della Banca centrale
europea, che ha quasi raddoppiato il costo del denaro, portando il tasso minimo
di offerta dal 2,25 che era nel gennaio 2006 all'attuale 4% , con la previsione
di arrivare in pochi mesi almeno al 4,5%. La ragione di questi continui
aumenti, pur in un regime di bassa inflazione, è semplice e Jean Claude
Trichet, il Presidente della Bce, ce lo dice esplicitamente nel suo ultimo
rapporto annuale: si tratta di prevenire una maggiore vivacità della dinamica
salariale (purtroppo più temuta che reale). Politica deflativa, contenimento
salariale, privatizzazione di imprese e servizi sono dunque le caratteristiche
di lungo periodo di questa nuova fase del capitalismo e, al di là, di elementi
per ora congiunturali, lo connotano tuttora. Per tutte queste ragioni
attribuire al governo Prodi e al nascente Partito democratico, come sembra fare
Brancaccio, una particolare e specifica vocazione verso una politica deflativa,
mi pare un errore prospettico da evitare. Se questa non è una novità, come non
lo è, non si può attendere dalla medesima un punto di svolta tale da
caratterizzare una nuova analisi, né pensare che essa costituisca di per sé e
in quanto tale un elemento di annuncio di un'imminente crisi del sistema.
Brancaccio a questo punto introduce un'ulteriore previsione, quella di una
possibile crisi commerciale, alla quale la sinistra dovrebbe prepararsi, basata
su un parallelismo con la situazione che determinò la famosa svalutazione della
lira del 1992 e la finanziaria di lacrime e sangue di Amato. L'argomento merita
una riflessione. Continuo a credere che il capitalismo cova sempre una crisi
epocale di civiltà (come dimostra l'avvitarsi della spirale guerra terrorismo).
E' anche possibile paventare - ve ne sono ampi segnali - un nuovo conflitto
commerciale tra Ovest e Est, rispetto al quale il tema di una rifondazione
degli organismi internazionali sarebbe decisivo per evitare effetti devastanti.
Tutto ciò è però altra cosa dalla crisi monetaria o commerciale, nei termini
evocati da Brancaccio. Il paragone con l'inizio degli anni '90 non mi convince.
Come ci ricorda Joseph Halevi, nel 1992 la svalutazione colpì paesi che avevano
un sensibile deficit estero: quello spagnolo era del 3,5% rispetto al Pil;
quello britannico del 2,1%, mentre quello italiano era del 2,3%. Ora l'Italia
ha un deficit pari al 2,5%; la Spagna ha invece mantenuto in questi anni un
deficit molto superiore, che nell'anno in corso è giunto al 10,1% e si prevede
che salirà ancora ( Oecd Economic Outlook n.81). Eppure la Spagna non pare
correre pericoli di un'imminente disastro. La diversità tra il 1992 e il
momento attuale è ovviamente data dall'unità monetaria rappresentata
dall'introduzione dell'euro, che non elimina in assoluto le possibilità di
crisi, ma contiene sensibilmente il pericolo di default , poiché colloca i
diversi paesi in un sistema finanziario integrato, per cui, per dirla un po'
rozzamente, la crisi di uno sarebbe il disastro di tutti. E' questo il rischio
che corre l'Europa? Non mi pare, guardando seppure in modo disincantato gli
ultimi dati. Anzi, l'Europa mostra segni, anche se non imperiosi, di
ricrescita, seppure a tassi ben inferiori che non nell'aureo passato, mentre
l'economia statunitense segna il passo. Il baricentro dello sviluppo
capitalistico si è ormai decisamente spostato a Est e il volume delle
importazioni europee da quella parte del mondo, anzi dalla sola Cina, ha
superato quello dagli Usa. Più che aspettare la crisi, la sinistra
anticapitalista deve fare i conti con le nuove contraddizioni di un capitalismo
che ancora una volta muta se stesso, ritrovando per questa strada, una certa
vitalità. Non credo affatto che questo significhi predicare la rassegnazione o
peggio il pessimismo cosmico che sembra impossessarsi di Bellofiore. Significa
invece misurarsi su un punto di analisi che avanzo, seppure con il necessario
beneficio del dubbio, e attrezzare la sinistra a contrastare un capitalismo non
disponibile a disintegrarsi per via di contraddizioni endogene. Il che pone
l'accento in termini rinnovati sul tema della soggettività alternativa e dei
suoi limiti. Ma se così è, se dunque non ci sono o non sono così facilmente
prevedibili crisi all'orizzonte, perché siamo in una fase nella quale la
spartizione fra redditi di lavoro e capitale è tornata indietro di decenni e i
salari sono da fame? Perché un minimo di ridistribuzione appare come un'impresa
prometeica e le riforme non si realizzano affatto o si rovesciano rapidamente
nel loro contrario? Perché lo Stato si restringe sempre più e tutti gli spazi
pubblici vengono invasi dal privato? Perché anche quando lo stato sociale
sembra allargarsi, come avverrebbe in base ai principi della cosiddetta
flexicurity , di cui si sta discutendo in Europa, questo avviene semplicemente
in funzione di una totale irresponsabilità dell'impresa nei confronti dei
diritti del lavoro? La risposta che offro non sarà originale, ma mi sembra
analiticamente decisiva per le conclusioni da trarre: l'attuale globalizzazione
è determinata e dominata dalla logica d'impresa; dalla sua straordinaria
capacità di articolazione produttiva su scala planetaria; dalla sua pervasività
di tutti gli ambiti della società; dall'assolutizzazione della logica
proprietaria che porta con sé; dal suo aperto conflitto con i compiti e le
funzioni degli stati e delle loro leggi, ad eccezione ovviamente della lex
mercatoria , che si risolve nel riplasmare gli stessi e le stesse secondo i
propri interessi; dalla devastazione conseguente della possibilità e del principio
stesso della coalizione operaia (di cui i tentativi della liquidazione del
contratto e della contrattazione sono un esempio assai attuale). Se si vuole un
semplice esempio, tra i tanti, posso citare che nell'ultimo Consiglio dei
ministri della Ue sulla competitività, tenutosi a Lisbona il 20 e il 21 luglio,
le relazioni di apertura delle varie sedute erano delegate a rappresentanti di
imprese multinazionali che sui vari temi, dall'innovazione tecnologica
applicata a quello delle fonti alternative di energia, presentavano i loro
prodotti! Se a questo si aggiunge la posizione di subordinazione nel quale il
nostro paese è tenuto nel contesto dell'Unione e la bassa produttività del
nostro sistema produttivo (e qui Brancaccio ha perfettamente ragione), il quadro
si completa e ben si comprende la compressione salariale in atto da tempo,
malgrado la timida alternanza dei governi. Ma questo significa che una sinistra
degna di questo nome non può limitarsi a una strategia puramente ridistribuiva,
che sarebbe continuamente strozzata dalle esigenze di equilibrio del bilancio
da un lato e dalla sete di profitti dall'altro. Solo facendo valere fino in
fondo quella irriducibilità dei soggetti sociali ad una totalizzante
normalizzazione capitalistica, di cui un tempo ci parlava Claudio Napoleoni (il
famoso "residuo" che non ci sta) si possono modificare le cose. Il
che significa che il conflitto di classe, a cominciare da quello sul terreno
sindacale, va agito in tutta la sua potenzialità, puntando al recupero in modo diretto
di quote di salario spoliate. Questo, e non altro, vuole dire rifondare la
sinistra sul lavoro, in contrapposizione con quanti pensano invece di
immetterlo nel circuito della finanza e nella spirale del debito (come ha
osservato giustamente Bellofiore), attraverso i fondi pensione. Non si tratta
affatto di tornare ai tempi del conflitto che fu. Anzi, più il sistema di
produzione e di valorizzazione capitalistica si poggiano sul lavoro immateriale
e cognitivo, più aumenta la possibilità di introdurre elementi di
irriducibilità al sistema nel cuore stesso del medesimo, a condizione che la
sinistra punti effettivamente sul sapere diffuso quale fattore di un nuovo tipo
di sviluppo e di potenzialità anticapitalistica. Nello stesso tempo (ne ho
parlato nell'ultimo numero di Alternative per il socialismo ) torna con forza
il tema dell'intervento pubblico nell'economia, della produzione statuale di
nuovi valori d'uso, di una riforma progressiva del welfare che coniughi
universalità e valorizzazione delle differenze. La scommessa della sinistra può
essere quella di usare lo stato contro la logica totalizzante dell'impresa
globale. Se il capitalismo si muove in una direzione tutt'altro che trionfante
e inarrestabile e se comunque non pare soggetto a crisi imminenti, ne consegue
che una politica anticapitalistica richiede di essere agita a molteplici e
diversi livelli. Dal basso e dall'alto. Dai movimenti, dalla società, dalle
istituzioni e, quando si può ed è efficace, anche dal governo. Ma di questo
parleremo un'altra volta. *Sottosegretario allo Sviluppo Alfonso Gianni 29/07/2007 |