C'è un futuro anticapitalista tra crisi e trasformazioni?                            
di Alfonso Gianni su "Liberazione"

 

Questo giornale ha meritoriamente e coraggiosamente intrapreso una strada di ricerca non facile, quanto indispensabile, sulle trasformazioni intervenute nel capitalismo negli ultimi anni e conseguentemente sui nuovi caratteri che l'anticapitalismo dovrebbe assumere. Uso il condizionale, poiché come hanno giustamente osservato nelle loro interviste tanto Rossanda, quanto Bellofiore e Brancaccio (ma le analogie si fermano qui) che la sinistra debba essere ancora oggi anticapitalista - e non solo antiliberista, il che non è coincidente - è per l'appunto elemento di discussione e discrimine fra le anime diverse che popolano la sinistra nel mondo e nel nostro paese. Tutte e tre le interviste sono assai poco generose anche verso i gruppi dirigenti della sinistra d'alternativa, accusati di essere affetti da una sorta di pigrizia intellettuale o di rassegnazione politica verso l'inevitabilità della perduranza del capitalismo. In alcuni casi queste rimostranze passano ampiamente il segno del vero, almeno per quanto ci riguarda direttamente. Non mi pare infatti che ci si possa accusare di avere mai sostenuto (assieme - chissà perché - ad Ingrao!) la teoria della fine del lavoro (Bellofiore), oppure la tesi che la causa della caduta del "socialismo reale" fosse solo dovuta all'assedio esterno del malvagio imperialismo e non invece in modo determinante dalle aporie su cui quel sistema si fondava (Rossanda). Ma se queste critiche sono del tutto gratuite, non per questo è meno valida l'esigenza - l'analisi del moderno capitalismo - posta dai richiamati autori. Del resto anche Brancaccio, non ci va per il sottile, dal momento che accusa i dirigenti della sinistra di nascondere la loro rassegnazione nei confronti della vitalità del capitalismo «dietro le idee più strambe, dal comunismo etico-normativo al messianismo negriano».

Non riconoscendomi in nessuna di queste correnti di pensiero, vorrei allora introdurmi in questa discussione, seppure in punta di piedi e con qualche tremore. Se parto da lontano non è colpa mia, ma del fatto che le grandi trasformazioni - perché di questo si tratta - vanno colte sui tempi medi se non lunghi, non certo nelle singole e estemporanee manifestazioni. Non credo vi siano molti dubbi tra gli studiosi, e comunque questo è il mio parere, sul fatto che verso la metà degli anni '70 si sia chiusa quella che è stata chiamata "l'età dell'oro" del capitalismo, segnata da una crescita impetuosa non solo del capitale, ma anche dei movimenti operai e di liberazione nel mondo intero. Poi si è imposta la globalizzazione - l'attuale, visto che di globalizzazioni ne abbiamo conosciute più d'una nella storia del capitalismo - con uno straordinario impulso dato ai processi di finanziarizzazione dell'impiego di capitale e di articolazione produttiva delle imprese su scala mondiale. Se limitiamo il nostro sguardo, per comodità e per pertinenza, all'Europa Occidentale, verifichiamo che tra il 1973 e il 1998 il Pil è aumentato del 2,1% all'anno (la recentissima ripresa, su cui tornerò, non modifica sensibilmente la serie storica), contro un aumento del 4,8% nell'età aurea Dati del tutto analoghi si hanno per quanto riguarda la decelerazione nella crescita della produttività del lavoro. La conseguenza è stata l'aumento consistente della disoccupazione, recentemente solo attenuata. La ragione di questo aumento non va vista solo nelle trasformazioni oggettive del paradigma produttivo, cioè nel complesso passaggio dal fordismo alla fine del primato della produzione di massa per consumi di massa, ma anche nell'imporsi di precise politiche macroeconomiche. Col senno di poi possiamo dire che l'assunzione di tali politiche prescinde in una certa misura dal colore politico dei governi che si succedono, anche se il tatcherismo la fa da battistrada. E' così che sul finire degli anni '70, e ancor più nei decenni seguenti, gli obiettivi del pieno impiego e della crescita economica, e la relazione tra loro, vengono abbandonati. La disinflazione diventa la politica guida e viene esercitata più dai banchieri centrali che dai ministri delle finanze. L'Europa di Maastricht nasce così. L'inflazione scende in tutta Europa da due a una cifra, mentre i tassi di interesse crescono più che nell'età dell'oro. Scelta confermatissima dalle ultime decisioni della Banca centrale europea, che ha quasi raddoppiato il costo del denaro, portando il tasso minimo di offerta dal 2,25 che era nel gennaio 2006 all'attuale 4% , con la previsione di arrivare in pochi mesi almeno al 4,5%. La ragione di questi continui aumenti, pur in un regime di bassa inflazione, è semplice e Jean Claude Trichet, il Presidente della Bce, ce lo dice esplicitamente nel suo ultimo rapporto annuale: si tratta di prevenire una maggiore vivacità della dinamica salariale (purtroppo più temuta che reale).

Politica deflativa, contenimento salariale, privatizzazione di imprese e servizi sono dunque le caratteristiche di lungo periodo di questa nuova fase del capitalismo e, al di là, di elementi per ora congiunturali, lo connotano tuttora. Per tutte queste ragioni attribuire al governo Prodi e al nascente Partito democratico, come sembra fare Brancaccio, una particolare e specifica vocazione verso una politica deflativa, mi pare un errore prospettico da evitare. Se questa non è una novità, come non lo è, non si può attendere dalla medesima un punto di svolta tale da caratterizzare una nuova analisi, né pensare che essa costituisca di per sé e in quanto tale un elemento di annuncio di un'imminente crisi del sistema. Brancaccio a questo punto introduce un'ulteriore previsione, quella di una possibile crisi commerciale, alla quale la sinistra dovrebbe prepararsi, basata su un parallelismo con la situazione che determinò la famosa svalutazione della lira del 1992 e la finanziaria di lacrime e sangue di Amato. L'argomento merita una riflessione. Continuo a credere che il capitalismo cova sempre una crisi epocale di civiltà (come dimostra l'avvitarsi della spirale guerra terrorismo). E' anche possibile paventare - ve ne sono ampi segnali - un nuovo conflitto commerciale tra Ovest e Est, rispetto al quale il tema di una rifondazione degli organismi internazionali sarebbe decisivo per evitare effetti devastanti. Tutto ciò è però altra cosa dalla crisi monetaria o commerciale, nei termini evocati da Brancaccio. Il paragone con l'inizio degli anni '90 non mi convince. Come ci ricorda Joseph Halevi, nel 1992 la svalutazione colpì paesi che avevano un sensibile deficit estero: quello spagnolo era del 3,5% rispetto al Pil; quello britannico del 2,1%, mentre quello italiano era del 2,3%. Ora l'Italia ha un deficit pari al 2,5%; la Spagna ha invece mantenuto in questi anni un deficit molto superiore, che nell'anno in corso è giunto al 10,1% e si prevede che salirà ancora ( Oecd Economic Outlook n.81). Eppure la Spagna non pare correre pericoli di un'imminente disastro. La diversità tra il 1992 e il momento attuale è ovviamente data dall'unità monetaria rappresentata dall'introduzione dell'euro, che non elimina in assoluto le possibilità di crisi, ma contiene sensibilmente il pericolo di default , poiché colloca i diversi paesi in un sistema finanziario integrato, per cui, per dirla un po' rozzamente, la crisi di uno sarebbe il disastro di tutti. E' questo il rischio che corre l'Europa? Non mi pare, guardando seppure in modo disincantato gli ultimi dati. Anzi, l'Europa mostra segni, anche se non imperiosi, di ricrescita, seppure a tassi ben inferiori che non nell'aureo passato, mentre l'economia statunitense segna il passo. Il baricentro dello sviluppo capitalistico si è ormai decisamente spostato a Est e il volume delle importazioni europee da quella parte del mondo, anzi dalla sola Cina, ha superato quello dagli Usa. Più che aspettare la crisi, la sinistra anticapitalista deve fare i conti con le nuove contraddizioni di un capitalismo che ancora una volta muta se stesso, ritrovando per questa strada, una certa vitalità. Non credo affatto che questo significhi predicare la rassegnazione o peggio il pessimismo cosmico che sembra impossessarsi di Bellofiore. Significa invece misurarsi su un punto di analisi che avanzo, seppure con il necessario beneficio del dubbio, e attrezzare la sinistra a contrastare un capitalismo non disponibile a disintegrarsi per via di contraddizioni endogene. Il che pone l'accento in termini rinnovati sul tema della soggettività alternativa e dei suoi limiti.

Ma se così è, se dunque non ci sono o non sono così facilmente prevedibili crisi all'orizzonte, perché siamo in una fase nella quale la spartizione fra redditi di lavoro e capitale è tornata indietro di decenni e i salari sono da fame? Perché un minimo di ridistribuzione appare come un'impresa prometeica e le riforme non si realizzano affatto o si rovesciano rapidamente nel loro contrario? Perché lo Stato si restringe sempre più e tutti gli spazi pubblici vengono invasi dal privato? Perché anche quando lo stato sociale sembra allargarsi, come avverrebbe in base ai principi della cosiddetta flexicurity , di cui si sta discutendo in Europa, questo avviene semplicemente in funzione di una totale irresponsabilità dell'impresa nei confronti dei diritti del lavoro? La risposta che offro non sarà originale, ma mi sembra analiticamente decisiva per le conclusioni da trarre: l'attuale globalizzazione è determinata e dominata dalla logica d'impresa; dalla sua straordinaria capacità di articolazione produttiva su scala planetaria; dalla sua pervasività di tutti gli ambiti della società; dall'assolutizzazione della logica proprietaria che porta con sé; dal suo aperto conflitto con i compiti e le funzioni degli stati e delle loro leggi, ad eccezione ovviamente della lex mercatoria , che si risolve nel riplasmare gli stessi e le stesse secondo i propri interessi; dalla devastazione conseguente della possibilità e del principio stesso della coalizione operaia (di cui i tentativi della liquidazione del contratto e della contrattazione sono un esempio assai attuale).

Se si vuole un semplice esempio, tra i tanti, posso citare che nell'ultimo Consiglio dei ministri della Ue sulla competitività, tenutosi a Lisbona il 20 e il 21 luglio, le relazioni di apertura delle varie sedute erano delegate a rappresentanti di imprese multinazionali che sui vari temi, dall'innovazione tecnologica applicata a quello delle fonti alternative di energia, presentavano i loro prodotti! Se a questo si aggiunge la posizione di subordinazione nel quale il nostro paese è tenuto nel contesto dell'Unione e la bassa produttività del nostro sistema produttivo (e qui Brancaccio ha perfettamente ragione), il quadro si completa e ben si comprende la compressione salariale in atto da tempo, malgrado la timida alternanza dei governi. Ma questo significa che una sinistra degna di questo nome non può limitarsi a una strategia puramente ridistribuiva, che sarebbe continuamente strozzata dalle esigenze di equilibrio del bilancio da un lato e dalla sete di profitti dall'altro. Solo facendo valere fino in fondo quella irriducibilità dei soggetti sociali ad una totalizzante normalizzazione capitalistica, di cui un tempo ci parlava Claudio Napoleoni (il famoso "residuo" che non ci sta) si possono modificare le cose. Il che significa che il conflitto di classe, a cominciare da quello sul terreno sindacale, va agito in tutta la sua potenzialità, puntando al recupero in modo diretto di quote di salario spoliate. Questo, e non altro, vuole dire rifondare la sinistra sul lavoro, in contrapposizione con quanti pensano invece di immetterlo nel circuito della finanza e nella spirale del debito (come ha osservato giustamente Bellofiore), attraverso i fondi pensione. Non si tratta affatto di tornare ai tempi del conflitto che fu. Anzi, più il sistema di produzione e di valorizzazione capitalistica si poggiano sul lavoro immateriale e cognitivo, più aumenta la possibilità di introdurre elementi di irriducibilità al sistema nel cuore stesso del medesimo, a condizione che la sinistra punti effettivamente sul sapere diffuso quale fattore di un nuovo tipo di sviluppo e di potenzialità anticapitalistica. Nello stesso tempo (ne ho parlato nell'ultimo numero di Alternative per il socialismo ) torna con forza il tema dell'intervento pubblico nell'economia, della produzione statuale di nuovi valori d'uso, di una riforma progressiva del welfare che coniughi universalità e valorizzazione delle differenze. La scommessa della sinistra può essere quella di usare lo stato contro la logica totalizzante dell'impresa globale. Se il capitalismo si muove in una direzione tutt'altro che trionfante e inarrestabile e se comunque non pare soggetto a crisi imminenti, ne consegue che una politica anticapitalistica richiede di essere agita a molteplici e diversi livelli. Dal basso e dall'alto. Dai movimenti, dalla società, dalle istituzioni e, quando si può ed è efficace, anche dal governo. Ma di questo parleremo un'altra volta.

*Sottosegretario allo Sviluppo Alfonso Gianni 29/07/2007