"morire da prodi?"

                                            divagazioni sulle sorti attuali della sinistra

                                             e di Rifondazione Comunista

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                                              un samizbar ferragostano


Gli interventi di Rossanda e di Bellofiore su Liberazione (rispettivamente il 3 e l'8 luglio) hanno toccato questioni di fondo (come l'analisi del capitale e la definizione del blocco sociale di riferimento), che sono essenziali per una discussione non appiattita sull'immediato.

 

1. LA SINISTRA IN UN BOTTLENECK

 

La sinistra si trova a partecipare a un governo Prodi che è meno capace di un'azione riformatrice, sia rispetto al governo Prodi del 96-98 (quando Bertinotti lo fece cadere adducendo a motivo proprio l'insufficienza di un'azione riformatrice), sia rispetto a precedenti governi democristiani (quando questi si trovavano a fare i conti con una potente e radicale azione sindacale). Intendiamo con ciò l'incapacità di prendere provvedimenti che, anche in termini moderati, abbiano una "connotazione di classe", vadano cioè a favore delle classi lavoratrici e degli strati più poveri della popolazione. Non che siano del tutto assenti provvedimenti (timidi) in tal senso, ma essi sono controbilanciati da provvedimenti di segno opposto (valgano per tutti il ristabilito incentivo fiscale agli straordinari - che ha annullato una misura del governo Prodi precedente! - e l'incapacità o non volontà di riformare le norme che promuovono la precarietà del rapporto di lavoro).

 A fronte di questo, la sinistra si mostra incapace di esercitare un'adeguata pressione sociale autonoma. Non ne è capace la "sinistra politica" (l'arco di forze che va da SD ai verdi al PDCI al PRC), e - cosa più grave - il movimento sindacale, e la CGIL in particolare, non ha sostenuto le sue posizioni con adeguate iniziative di lotta. Certo, la CISL è in sintonia col governo e spera di diventare il "sindacato di riferimento" del Partito Democratico. Ma la CGIL? Non sono più i tempi di quando, nel 1968, la CGIL - dopo aver consultato la propria base - ritirò la sua firma, proprio da un accordo sulle pensioni, e iniziò - da sola, ma con un immediato seguito unitario - un'ondata di lotte che assunse una portata (e una durata) eccezionali.

 La sinistra muove critiche giuste e argomentate ai provvedimenti del governo, ma le sue armi sono deboli:

- il richiamo al programma elettorale - quando si sa che le forze moderate del centrosinistra (a partire dai DS) l'hanno firmato con la ferma intenzione di fregarsene;

- le pressioni interne al governo - ma su questo piano sono ben più efficaci quelle "da destra" (vedi Dini e Bonino);

- una manifestazione di massa "ritardata", destinata ad assumere un puro valore di immagine (oltre al fatto che, già da ora, partono manovre contro di essa, dall'interno stesso della "sinistra": figuriamoci nei prossimi mesi!).

 
Insomma, la sinistra sembra prigioniera dell'alternativa perdente tra:

 - uscire dal governo,  e con ciò aprire la trada a un ritorno (diretto o "mediato")di Berlusconi e del centro-destra

 - restare nel governo, ingoiando uno dopo l'altro provvedimenti che vanno contro le classi lavoratrici.

 

2. SCORCIATOIE TATTICHE E RIFLESSIONE STRATEGICA

 

E' possibile sfuggire all'angusta prospettiva di "vivacchiare sul governo", di accontentarsi di un'unità della sinistra superficiale quanto fragile (pronta a rompersi su questioni secondarie o "di parrocchia", senza un confronto sui temi di fondo), e di ridurre la lotta di classe a momenti forse "di massa" ma con una valenza puramente di immagine?

Forse è utile fare un passo più in là: ripartire dalle questioni strategiche di fondo (l'analisi del capitale e l'analisi di classe con la conseguente definizione del blocco sociale di riferimento - a cui richiamavano in modi diversi sia Rossanda che Bellofiore), e poi vedere se da questo è possibile ridefinire una tattica che sfugga ai "bottlenecks" di cui si diceva prima.

 

2.1 il blocco sociale di riferimento

 Il nucleo forte di riferimento sociale dei partiti operai ("di sinistra" come "di destra") è sempre stato il lavoro salariato. Credo che questo valga anche oggi, ridefinendolo però in termini più ampi come "il lavoro dipendente dal capitale". L'area di questo lavoro si estende, ed è più ampia di prima (anche se l'area del lavoro salariato in senso stretto non si restringe affatto), ma assume una configurazione nuova e più articolata: include lavoratori formalmente "autonomi", e i lavori formalmente "dipendenti" si articolano in una gamma sempre più ampia di diversi tipi di rapporto di lavoro.

Questo fa sì che la "mappa delle contraddizioni", da cui deve partire l'azione della sinistra, sia oggi in parte diversa dal passato.

Proviamo a fornirne, in modo approssimativo e improvvisato, alcuni esempi.

 Le contraddizioni legate a cattive condizioni materiali di lavoro (in cui le cattive condizioni della prestazione lavorativa si legano quasi sempre a un salario insufficiente) continuano a coinvolgere una maggioranza di lavoratori, ma la composizione di questi cambia. Rientrano in quest'area di "cattivi lavori" lavori nel terziario nuovi o trasformati (es. nella grande distribuzione), molti lavori dell'edilizia, i lavori agricoli stagionali, molti lavori esternalizzati dalla grande industria e (nell'industria stessa) l'"area tayloristica superstire" (tutt'altro che irrilevante).

Le contraddizioni dei lavoratori di quest'area si acuiscono per l'intreccio, più frequente di prima, con la precarietà del rapporto di lavoro.

Ma, accanto a quest'area, cresce gradualmente l'area dei lavori a prevalente contenuto intellettuale, anche se ciò non equivale necessariamente a "lavori qualificati". Essa non riguarda solo i nuovi lavori "ricchi", ma coinvolge anche ad es. una quota crescente della forza-lavoro "centrale" dell'industria:

l'automazione fa crescere la quota di lavoro operaio con prevalente contenuto intellettuale, sia che si tratti di ex-operai di mestiere (che spesso percepiscono questo come un processo di dequalificazione), sia che si tratti di ex-operai dequalificati. Si tratta di un'area tuttora minoritaria, ma di grande rilevanza "qualitativa" dal punto di vista politico.

Lavoro intellettuale, come abbiamo detto, non significa di per sè lavoro qualificato o soddisfacente, ma comunque si spostano i criteri di misura e di valutazione della condizione lavorativa.

Su questo terreno emergono nuove contraddizioni, ad esempio:

- tra contenuto professionale e nuove/vecchie forma di intensità del lavoro;

- tra contenuto professionale e precarietà del rapporto di lavoro (che, tra l'altro, impedisce di costruirsi una prospettiva di crescita professionale);

 - ma anche tra contenuto professionale del lavoro e suo trattamento salariale.

In questo quadro, c'è anche chi realizza (o spera di realizzare) un "trade off" vantaggioso.

Può essere un trade off "povero": gli aspetti negativi vengono "compensati" dall'accesso a un lavoro prima precluso (è il caso di buona parte dell'incremento di occupazione femminile).

O può essere un trade off più ricco: si ritiene che il contenuto professionale relativamente elevato apra possibilità di carriere (dipendente od autonoma) e/o di guadagno, che compensano aspetti quale l'intensità di lavoro e la precarietà; o che i margini di relativa autonomia connessi a certi tipi di rapporto precario (co.co.co o co.co.pro ad esempio) siano un elemento positivo che controbilancia gli aspetti negativi. E' chiaro che questi apsetti ostacolano lo sviluppo di un "antagonismo di classe", anche se non precludono certo la partecipazione a lotte rivendicative (nè, per altro, implicano una posizione politico-elettorale di destra). (E, magari, da cosa nasce cosa...):

 
Naturalmente, queste contraddizioni non determinano meccanicamente la disponibilità alla lotta, nè - tanto meno - una coscienza di classe "antagonistica". Qui si inserisce il ruolo strategico dell'inchiesta,

per verificare le conseguenze soggettive delle contraddizioni. In che misura la crescente "divisione strutturale" del lavoro dipendente determini un suo indebolimento materiale, in che misura questo si accompagni a un "indebolimento ideologico" (come sembra accennare Bellofiore),  questo va verificato concretamente - con l'inchiesta e con la pratica di lotta.

Ma, per far questo, è necessaria un'ipotesi sull'"area di contraddizioni" da cui partire, sulla potenziale base sociale di riferimento di una forza anti-capitalistica. I ragionamenti che precedono non pretendono certo di fornire una base scientifica per questa ipotesi, servono per far vedere come può funzionare un percorso che dall'analisi delle condizioni oggettive di classe porta a un'ipotesi strategica - e il ruolo cruciale che l'inchiesta ha in questo percorso.

 

2.2  sull'analisi del capitale

 
Qui, ovviamente, non sono in grado di offrire neanche ipotesi approssimative e improvvisate: Provvisoriamente, dò una delega all'analisi di Bellofiore (in attesa di trovare qualche analisi diversa ed altrettanto convincente - cosa difficile in sè, e tanto più per la mia pigrizia intellettuale). Mi limito quindi ad alcune osservazioni "di metodo" o marginali.

 Tra l'analisi globale del capitale e la pratica politica quotidiana, locale esiste un inevitabile divario, perchè la seconda si muove in un orizzonte più ristretto ed immediato, e non ha - al momento - gli strumenti pratici con cui affrontare la realtà più ampia. Un'ipotesi di analisi globale le è però indispensabile, sia per valutare possibilità e conseguenze della sua azione immediata e concreta, sia per tradursi in contenuti della sua "propaganda" (nel senso nobile, leninista, del termine).

 L'analisi del capitale ci mostra, comunque, che - anche sul piano "tattico" - le possibilità di costruire politiche economiche alternative (base indispensabile per una politica orientata a favore delle classi lavoratrici) si danno solo, in ultima analisi, a livello europeo. Lavorare per una Europa a direzione politica di sinistra, o comunque più a sinistra di quella attuale, è quindi un compito centrale. Questo lo ha intuito Bertinotti nel lanciare la sua ipotesi di "sinistra europea": ma è chiaro che l'attuale schieramento che vi corrisponde è molto al di sotto della forza (e della capacità di alleanze) necessarie per realizzare una politica economica europea alternativa.

In questa prospettiva, il rilancio del ruolo dello stato nella politica economica e nella stessa struttura produttiva e industriale assume un ruolo centrale.

 2.3 blocco sociale e comportamenti elettorali

 Un primo elemento di connessione tra il livello strategico dell'analisi di classe e il livello tattico dell'azione politica immediata può essere fornito da un'analisi dei comportamenti elettorali delle varie classi sociali - quale è fornita da Roberto Biorcio in un suo saggio pubblicato in un volume collettaneo de Il Mulino (Dov'è la vittoria? il voto del 2006 raccontato dagli italiani, il Mulino 2006).

Da questo emergono alcuni dati di estremo interesse.

La coalizione di centro-sinistra ha per la prima volta, rispetto al 2001, conquistato la maggioranza dei voti tra i lavoratori dipendenti (prima l'aveva soltanto tra i dipendenti pubblici). Così è avvenuto tra i disoccupati (che evidentemente nel 2001 avevano creduto nelle promesse di Berlusconi). Un'inversione di tendenza è avvenuta tra pensionati e casalinghe, che prima vedevano una netta maggioranza di voti per il centro destra e nel 2006 sono in quasi-parità (sia pure con lieve prevalenza del centrodestra). Si conferma la prevalenza del centrosinistra tra gli studenti e tra i lavoratori atipici

(ma, mentre tra i primi cresce, tra i secondi diminuisce).

La "sinistra radicale" (nel 2006: PDCI; PRC, verdi) cresce più dell'Ulivo tra studenti e casalinghe, cresce (ma meno dell'Ulivo) tra i disoccupati, e "cede voti all'Ulivo" tra pensionati e (soprattutto) operai; guadagna (a fronte di una flessione dell'Ulivo) tra il "ceto medio dipendente", cioè tra gli impiegati.

Il centrodestra mantiene una schiacciante prevalena tra imprenditori/libero professionisti e tra artigiani/commercianti (che si rafforzaulteriormente tra questi ultimi, mentre flette leggermente tra i primi).

 
La politica attuale del governo Prodi rischia di far perdere al centro-sinistra i settori chiave del suo successo elettorale:lavoratori dipendenti, atipici e pensionati. Verso chi si dirigeranno i voti dei "delusi" appartenenti a questi strati? verso la sinistra o verso il centro-destra? Naturalmente, la risposta non dipende soltanto dalle posizioni "di immagine" assunte dai diversi schieramenti, ma

dalla capacità di incidenza concreta che sapranno dimostrare.

 
3. una possibile prospettiva....

     ma Rifondazione è in grado di percorrerla?

 

La  via d'uscita praticabile (il che non equivale a "praticabile con successo"!) rispetto al bottleneck prima indicato è legata alla capacità di sviluppare un'ampia lotta di massa (non solo manifestazioni ma scioperi) sui punti qualificani di dissenso rispetto al provvedimento sul Welfare - collegandoli  a

punti qualificanti relativi alla futura legge finanziaria. Se questa lotta si sviluppa, o il governo accetta

alcuni punti qualificanti delle richieste, o cade - ma su punti precisi.

Sembra questa, del resto, la prospettiva indicata - ad es. - dal segretario del PRC Franco Giordano.

Vediamo le possibilità di realizzazione di questa prospettiva, riferendoci in particolare a quelli che ne dovrebbero essere i protagonisti: la CGIL e Rifondazione (naturalmente in rapporto con le altre forze della cosiddetta "sinistra radicale").

 

3.1

La CGIL sembra "prigioniera della concertazione". Ho più volte sostenuto che "concertazione" è un termine "neutro", che indica il fatto che su alcune questioni generali (come quelle affrontate sulle pensioni e sul mercato del lavoro) è necessaria una negoziazione tripartita tra governo, sindacati e associazioni imprenditoriali, con i relativi compromessi. Ma, nei fatti, "concertazione" ha assunto un significato più pregnante: la tendenza a definire il compromesso senza il ricorso alla lotta.

Il sindacato degli anni '70 aveva la formula un po' semplicistica "negoziare le riforme come un contratto". Naturalmente, poi, si trovava a far fronte a complicazioni diverse da quelle della normale contrattazione. Ma, almeno, ciò serviva a mantenere chiaro il rapporto tra lotta e negoziazione.

Che ne è di questo rapporto oggi? certo, la CGIL rischia di trovarsi da sola se lo pratica; ma questo - come abbiamo già detto - è già avvenuto in altre occasioni,e gli effetti non sono stati negativi.

Sta di fatto che, allo stato attuale, non è molto probabile che la CGIL ricorra nel suo insieme all'arma dello sciopero, rispetto ai provvedimenti governativi - a meno che non vi sia costretta da fattori interni ed esterni di grande peso...

 

3.2

E Rifondazione? certo, il suo apporto è sostanzialmente "indiretto", e consiste nella capacità di organizzare forti manifestazioni di massa, e di promuovere (attraverso i suoi quadri di fabbrica) scioperi che coinvolgano il sindacato. E di coinvolgere in queste iniziative le altre forze della "sinistra radicale".

Ma il PRC - che pure per bocca del suo segretario indica questa prospettiva - ne è all'altezza?

Ho già detto altrove che le successive "svolte bertinottiane", anzichè produrre un partito "rinnovato" e compatto sulla nuova prospettiva, hanno prodotto disorientamento, lacerazioni ed "effetti contro-intuitivi". Una parte degli ex-cossuttiani si sono trovati improvvisamente "a sinistra". Una parte consistente del partito esprime una pesante "deriva governativa", per cui ad es. a livello locale si accettano compromessi di basso livello pur di non uscire dalle giunte.

Ma,più in generale, il partito è diviso, e spesso tra posizioni "primitive": tra la tendenza a lasciarsi normalizzare e forme di estremismo infantile. Il dibattito nato dalle dichiarazioni di Caruso ne è un esempio emblematico. Altro che "partito di lotta e di governo"! il partito richia di dividersi tra chi vuol stare al governo a tutti i costi e chi di governo non ne vuole sapere in nessuna maniera.

Un'altra pesante eredità lasciata dall'ex-segretario riguarda i rapporti con la CGIL: malgrado i tentativi di "ricupero" fatti dall'attuale segretario, il partito non è attrezzato per questo. I circoli di luogo di lavoro sono spesso paralizzati tra CGIL e COBAS. Al centro, la tattica sindacale rischia spesso di ridursi a una questione di etichette (appoggiare la FIOM "di sinistra" rispetto alla CGIL), con scarsa efficacia pratica.

Eppure - come mostra l'inchiesta sul partito - i compagni di Rifondazione sanno organizzare agitazioni e lotte. Ma da questo a promuovere un movimento di massa con una lucida visione del rapporto col governo, nel senso prima indicato, ce ne corre. E questo divario non è imputabile ai compagni, ma all'ondivaga direzione che il partito ha subito in questi ultimi anni, per cui oggi rischia di trovarsi relativamente disarmato rispetto ai complicati problemi del rapporto tra iniziativa di lotta e azione governativa.

 

3.3

Tutto ciò si riflette anche nei rapporti con le altre forze della "sinistra radicale": di fronte alla quale si rischia che l'alternativa sia tra gli "innovatori superficiali" ("mettiamoci insieme e non se ne parli più")

e i conservatori ("facciamo pure un po' di unità, ma il Partito non si tocca"). E' chiaro che, su una base debole, la stessa manifestazione unitaria promossa per il 20 ottobre rischia di incagliarsi sulle dichiarazioni di un qualsiasi Caruso.

Eppure, sarebbe possibile partire da alcuni punti di fondo, relativi alla struttura dell'attuale società capitalistica prima che alle tattiche di governo. Partire cioè da quell'analisi critica del capitalismo, che Bellofiore e Rossanda invocano, non per inventare un modello di alternativa al capitalismo (che oggi non è nelle cose), ma per individuare alcune alternative interne all'attuale assetto capitalistico, e fare delle scelte per alcune contro alcune altre. Il che però presuppone una visione lucida della natura del dominio capitalistico, e della lotta permanente da condurre contro di esso.

Il prevalere delle alternative più favorevoli alle classi lavoratrici non è mai spontaneo nè pacifico, ma nasce dalla combinazione tra le contraddizioni oggettive del capitalismo e la capacità della lotta di classe di intervenire su di esse. E' stato così, per fare un esempio, per l'emergere della lunga fase "fordista-keynesiana" con i vantaggi che ha prodotto per le classi lavoratrici dei paesi capitalistici avanzati.

Un esempio delle alternative che si pongono oggi è tratteggiato efficacemente da Luciano Gallino nel suo articolo su "precarietà e globalizzazione" comparso su La Repubblica del 15 agosto., che colloca la lotta contro la precarietà e per un sistema avanzato di diritti dei lavoratori europei nel quadro più ampio di un'analisi delle tendenze del capitalismo "globale". 

 

Questo permetterebbe di distinguere questioni principali da questioni secondarie. Permetterebbe di distinguere elementi di unità o di divisione di fondo, ed elementi transitori o secondari. Permetterebbe inoltre di porre in termini più chiari (e non tatticisti o strumentali, o puramente ideologici) il rapporto con i "movimenti" - il che non significa necessariamente che lo faciliterebbe, però lo renderebbe più limpido.

E' chiaro che, in questa prospettiva, la dimensione europea diventa essenziale: nessuna alternativa all'attuale assetto e alla politica dominante del capitalismo, anche se parziale e interna al sistema, può essere posta se non a livello europeo. La Sinistra Europea può essere un utile punto di partenza, se si misura con una "piattaforma fondamentale" del genere e la confronta con altre forze - a partire dalle socialdemocrazie europee, senza le quali è impensabile imporre in Europa una politica alternativa.