|
"morire da prodi?"
divagazioni sulle sorti attuali della sinistra
e di Rifondazione Comunista
------------------------------------------------------------------------------------------------
un samizbar ferragostano 1. LA SINISTRA IN
UN BOTTLENECK La sinistra si
trova a partecipare a un governo Prodi che è meno capace di un'azione
riformatrice, sia rispetto al governo Prodi del 96-98 (quando Bertinotti lo
fece cadere adducendo a motivo proprio l'insufficienza di un'azione
riformatrice), sia rispetto a precedenti governi democristiani (quando questi
si trovavano a fare i conti con una potente e radicale azione sindacale).
Intendiamo con ciò l'incapacità di prendere provvedimenti che, anche in termini
moderati, abbiano una "connotazione di classe", vadano cioè a favore
delle classi lavoratrici e degli strati più poveri della popolazione. Non che
siano del tutto assenti provvedimenti (timidi) in tal senso, ma essi sono
controbilanciati da provvedimenti di segno opposto (valgano per tutti il
ristabilito incentivo fiscale agli straordinari - che ha annullato una misura
del governo Prodi precedente! - e l'incapacità o non volontà di riformare le
norme che promuovono la precarietà del rapporto di lavoro). A fronte di
questo, la sinistra si mostra incapace di esercitare un'adeguata pressione
sociale autonoma. Non ne è capace la "sinistra politica" (l'arco di
forze che va da SD ai verdi al PDCI al PRC), e - cosa più grave - il movimento
sindacale, e la CGIL in particolare, non ha sostenuto le sue posizioni con
adeguate iniziative di lotta. Certo, la CISL è in sintonia col governo e spera
di diventare il "sindacato di riferimento" del Partito Democratico.
Ma la CGIL? Non sono più i tempi di quando, nel 1968, la CGIL - dopo aver
consultato la propria base - ritirò la sua firma, proprio da un accordo sulle
pensioni, e iniziò - da sola, ma con un immediato seguito unitario - un'ondata
di lotte che assunse una portata (e una durata) eccezionali. La sinistra muove
critiche giuste e argomentate ai provvedimenti del governo, ma le sue armi sono
deboli: - il richiamo al
programma elettorale - quando si sa che le forze moderate del centrosinistra (a
partire dai DS) l'hanno firmato con la ferma intenzione di fregarsene; - le pressioni
interne al governo - ma su questo piano sono ben più efficaci quelle "da
destra" (vedi Dini e Bonino); - una
manifestazione di massa "ritardata", destinata ad assumere un puro
valore di immagine (oltre al fatto che, già da ora, partono manovre contro di
essa, dall'interno stesso della "sinistra": figuriamoci nei prossimi
mesi!). - uscire
dal governo, e con ciò aprire la trada a un ritorno (diretto o
"mediato")di Berlusconi e del centro-destra - restare
nel governo, ingoiando uno dopo l'altro provvedimenti che vanno contro le
classi lavoratrici. 2. SCORCIATOIE
TATTICHE E RIFLESSIONE STRATEGICA E' possibile
sfuggire all'angusta prospettiva di "vivacchiare sul governo", di accontentarsi
di un'unità della sinistra superficiale quanto fragile (pronta a rompersi su
questioni secondarie o "di parrocchia", senza un confronto sui temi
di fondo), e di ridurre la lotta di classe a momenti forse "di massa"
ma con una valenza puramente di immagine? Forse è utile
fare un passo più in là: ripartire dalle questioni strategiche di fondo
(l'analisi del capitale e l'analisi di classe con la conseguente definizione
del blocco sociale di riferimento - a cui richiamavano in modi diversi sia
Rossanda che Bellofiore), e poi vedere se da questo è possibile ridefinire una
tattica che sfugga ai "bottlenecks" di cui si diceva prima. 2.1 il blocco
sociale di riferimento Il nucleo forte
di riferimento sociale dei partiti operai ("di sinistra" come
"di destra") è sempre stato il lavoro salariato. Credo che questo
valga anche oggi, ridefinendolo però in termini più ampi come "il lavoro
dipendente dal capitale". L'area di questo lavoro si estende, ed è più
ampia di prima (anche se l'area del lavoro salariato in senso stretto non si
restringe affatto), ma assume una configurazione nuova e più articolata:
include lavoratori formalmente "autonomi", e i lavori formalmente
"dipendenti" si articolano in una gamma sempre più ampia di diversi tipi
di rapporto di lavoro. Questo fa sì che
la "mappa delle contraddizioni", da cui deve partire l'azione della
sinistra, sia oggi in parte diversa dal passato. Proviamo a
fornirne, in modo approssimativo e improvvisato, alcuni esempi. Le contraddizioni
legate a cattive condizioni materiali di lavoro (in cui le cattive condizioni
della prestazione lavorativa si legano quasi sempre a un salario insufficiente)
continuano a coinvolgere una maggioranza di lavoratori, ma la composizione di
questi cambia. Rientrano in quest'area di "cattivi lavori" lavori nel
terziario nuovi o trasformati (es. nella grande distribuzione), molti lavori
dell'edilizia, i lavori agricoli stagionali, molti lavori esternalizzati dalla
grande industria e (nell'industria stessa) l'"area tayloristica superstire"
(tutt'altro che irrilevante). Le contraddizioni
dei lavoratori di quest'area si acuiscono per l'intreccio, più frequente di
prima, con la precarietà del rapporto di lavoro. Ma, accanto a
quest'area, cresce gradualmente l'area dei lavori a prevalente contenuto
intellettuale, anche se ciò non equivale necessariamente a "lavori
qualificati". Essa non riguarda solo i nuovi lavori "ricchi", ma
coinvolge anche ad es. una quota crescente della forza-lavoro
"centrale" dell'industria: l'automazione fa
crescere la quota di lavoro operaio con prevalente contenuto intellettuale, sia
che si tratti di ex-operai di mestiere (che spesso percepiscono questo come un
processo di dequalificazione), sia che si tratti di ex-operai dequalificati. Si
tratta di un'area tuttora minoritaria, ma di grande rilevanza
"qualitativa" dal punto di vista politico. Lavoro
intellettuale, come abbiamo detto, non significa di per sè lavoro qualificato o
soddisfacente, ma comunque si spostano i criteri di misura e di valutazione
della condizione lavorativa. Su questo terreno
emergono nuove contraddizioni, ad esempio: - tra contenuto
professionale e nuove/vecchie forma di intensità del lavoro; - tra contenuto
professionale e precarietà del rapporto di lavoro (che, tra l'altro, impedisce
di costruirsi una prospettiva di crescita professionale); - ma anche
tra contenuto professionale del lavoro e suo trattamento salariale. In questo quadro,
c'è anche chi realizza (o spera di realizzare) un "trade off"
vantaggioso. Può essere un
trade off "povero": gli aspetti negativi vengono
"compensati" dall'accesso a un lavoro prima precluso (è il caso di
buona parte dell'incremento di occupazione femminile). O può essere un
trade off più ricco: si ritiene che il contenuto professionale relativamente
elevato apra possibilità di carriere (dipendente od autonoma) e/o di guadagno,
che compensano aspetti quale l'intensità di lavoro e la precarietà; o che i
margini di relativa autonomia connessi a certi tipi di rapporto precario
(co.co.co o co.co.pro ad esempio) siano un elemento positivo che controbilancia
gli aspetti negativi. E' chiaro che questi apsetti ostacolano lo sviluppo di un
"antagonismo di classe", anche se non precludono certo la
partecipazione a lotte rivendicative (nè, per altro, implicano una posizione politico-elettorale
di destra). (E, magari, da cosa nasce cosa...): per verificare le
conseguenze soggettive delle contraddizioni. In che misura la crescente
"divisione strutturale" del lavoro dipendente determini un suo
indebolimento materiale, in che misura questo si accompagni a un
"indebolimento ideologico" (come sembra accennare Bellofiore),
questo va verificato concretamente - con l'inchiesta e con la pratica di lotta. Ma, per far
questo, è necessaria un'ipotesi sull'"area di contraddizioni" da cui
partire, sulla potenziale base sociale di riferimento di una forza
anti-capitalistica. I ragionamenti che precedono non pretendono certo di
fornire una base scientifica per questa ipotesi, servono per far vedere come
può funzionare un percorso che dall'analisi delle condizioni oggettive di
classe porta a un'ipotesi strategica - e il ruolo cruciale che l'inchiesta ha
in questo percorso. 2.2
sull'analisi del capitale Tra l'analisi
globale del capitale e la pratica politica quotidiana, locale esiste un
inevitabile divario, perchè la seconda si muove in un orizzonte più ristretto
ed immediato, e non ha - al momento - gli strumenti pratici con cui affrontare
la realtà più ampia. Un'ipotesi di analisi globale le è però indispensabile,
sia per valutare possibilità e conseguenze della sua azione immediata e
concreta, sia per tradursi in contenuti della sua "propaganda" (nel
senso nobile, leninista, del termine). L'analisi del
capitale ci mostra, comunque, che - anche sul piano "tattico" - le
possibilità di costruire politiche economiche alternative (base indispensabile
per una politica orientata a favore delle classi lavoratrici) si danno solo, in
ultima analisi, a livello europeo. Lavorare per una Europa a direzione politica
di sinistra, o comunque più a sinistra di quella attuale, è quindi un compito
centrale. Questo lo ha intuito Bertinotti nel lanciare la sua ipotesi di
"sinistra europea": ma è chiaro che l'attuale schieramento che vi corrisponde
è molto al di sotto della forza (e della capacità di alleanze) necessarie per
realizzare una politica economica europea alternativa. In questa
prospettiva, il rilancio del ruolo dello stato nella politica economica e nella
stessa struttura produttiva e industriale assume un ruolo centrale. 2.3 blocco
sociale e comportamenti elettorali Un primo elemento
di connessione tra il livello strategico dell'analisi di classe e il livello
tattico dell'azione politica immediata può essere fornito da un'analisi dei comportamenti
elettorali delle varie classi sociali - quale è fornita da Roberto Biorcio in
un suo saggio pubblicato in un volume collettaneo de Il Mulino (Dov'è la
vittoria? il voto del 2006 raccontato dagli italiani, il Mulino 2006). Da questo
emergono alcuni dati di estremo interesse. La coalizione di
centro-sinistra ha per la prima volta, rispetto al 2001, conquistato la
maggioranza dei voti tra i lavoratori dipendenti (prima l'aveva soltanto tra i
dipendenti pubblici). Così è avvenuto tra i disoccupati (che evidentemente nel
2001 avevano creduto nelle promesse di Berlusconi). Un'inversione di tendenza è
avvenuta tra pensionati e casalinghe, che prima vedevano una netta maggioranza
di voti per il centro destra e nel 2006 sono in quasi-parità (sia pure con lieve
prevalenza del centrodestra). Si conferma la prevalenza del centrosinistra tra
gli studenti e tra i lavoratori atipici (ma, mentre tra i
primi cresce, tra i secondi diminuisce). La "sinistra
radicale" (nel 2006: PDCI; PRC, verdi) cresce più dell'Ulivo tra studenti
e casalinghe, cresce (ma meno dell'Ulivo) tra i disoccupati, e "cede voti
all'Ulivo" tra pensionati e (soprattutto) operai; guadagna (a fronte di
una flessione dell'Ulivo) tra il "ceto medio dipendente", cioè tra
gli impiegati. Il centrodestra
mantiene una schiacciante prevalena tra imprenditori/libero professionisti e
tra artigiani/commercianti (che si rafforzaulteriormente tra questi ultimi,
mentre flette leggermente tra i primi). dalla capacità di
incidenza concreta che sapranno dimostrare.
ma Rifondazione è in grado di percorrerla? La via
d'uscita praticabile (il che non equivale a "praticabile con
successo"!) rispetto al bottleneck prima indicato è legata alla capacità
di sviluppare un'ampia lotta di massa (non solo manifestazioni ma scioperi) sui
punti qualificani di dissenso rispetto al provvedimento sul Welfare -
collegandoli a punti
qualificanti relativi alla futura legge finanziaria. Se questa lotta si
sviluppa, o il governo accetta alcuni punti
qualificanti delle richieste, o cade - ma su punti precisi. Sembra questa,
del resto, la prospettiva indicata - ad es. - dal segretario del PRC Franco
Giordano. Vediamo le
possibilità di realizzazione di questa prospettiva, riferendoci in particolare
a quelli che ne dovrebbero essere i protagonisti: la CGIL e Rifondazione
(naturalmente in rapporto con le altre forze della cosiddetta "sinistra
radicale"). 3.1 La CGIL sembra
"prigioniera della concertazione". Ho più volte sostenuto che
"concertazione" è un termine "neutro", che indica il fatto
che su alcune questioni generali (come quelle affrontate sulle pensioni e sul
mercato del lavoro) è necessaria una negoziazione tripartita tra governo,
sindacati e associazioni imprenditoriali, con i relativi compromessi. Ma, nei
fatti, "concertazione" ha assunto un significato più pregnante: la
tendenza a definire il compromesso senza il ricorso alla lotta. Il sindacato
degli anni '70 aveva la formula un po' semplicistica "negoziare le riforme
come un contratto". Naturalmente, poi, si trovava a far fronte a
complicazioni diverse da quelle della normale contrattazione. Ma, almeno, ciò
serviva a mantenere chiaro il rapporto tra lotta e negoziazione. Che ne è di
questo rapporto oggi? certo, la CGIL rischia di trovarsi da sola se lo pratica;
ma questo - come abbiamo già detto - è già avvenuto in altre occasioni,e gli
effetti non sono stati negativi. Sta di fatto che,
allo stato attuale, non è molto probabile che la CGIL ricorra nel suo insieme
all'arma dello sciopero, rispetto ai provvedimenti governativi - a meno che non
vi sia costretta da fattori interni ed esterni di grande peso... 3.2 E Rifondazione?
certo, il suo apporto è sostanzialmente "indiretto", e consiste nella
capacità di organizzare forti manifestazioni di massa, e di promuovere
(attraverso i suoi quadri di fabbrica) scioperi che coinvolgano il sindacato. E
di coinvolgere in queste iniziative le altre forze della "sinistra
radicale". Ma il PRC - che
pure per bocca del suo segretario indica questa prospettiva - ne è all'altezza? Ho già detto
altrove che le successive "svolte bertinottiane", anzichè produrre un
partito "rinnovato" e compatto sulla nuova prospettiva, hanno
prodotto disorientamento, lacerazioni ed "effetti contro-intuitivi".
Una parte degli ex-cossuttiani si sono trovati improvvisamente "a
sinistra". Una parte consistente del partito esprime una pesante
"deriva governativa", per cui ad es. a livello locale si accettano
compromessi di basso livello pur di non uscire dalle giunte. Ma,più in
generale, il partito è diviso, e spesso tra posizioni "primitive":
tra la tendenza a lasciarsi normalizzare e forme di estremismo infantile. Il
dibattito nato dalle dichiarazioni di Caruso ne è un esempio emblematico. Altro
che "partito di lotta e di governo"! il partito richia di dividersi
tra chi vuol stare al governo a tutti i costi e chi di governo non ne vuole
sapere in nessuna maniera. Un'altra pesante
eredità lasciata dall'ex-segretario riguarda i rapporti con la CGIL: malgrado i
tentativi di "ricupero" fatti dall'attuale segretario, il partito non
è attrezzato per questo. I circoli di luogo di lavoro sono spesso paralizzati
tra CGIL e COBAS. Al centro, la tattica sindacale rischia spesso di ridursi a
una questione di etichette (appoggiare la FIOM "di sinistra" rispetto
alla CGIL), con scarsa efficacia pratica. Eppure - come
mostra l'inchiesta sul partito - i compagni di Rifondazione sanno organizzare
agitazioni e lotte. Ma da questo a promuovere un movimento di massa con
una lucida visione del rapporto col governo, nel senso prima indicato, ce ne
corre. E questo divario non è imputabile ai compagni, ma all'ondivaga direzione
che il partito ha subito in questi ultimi anni, per cui oggi rischia di
trovarsi relativamente disarmato rispetto ai complicati problemi del rapporto
tra iniziativa di lotta e azione governativa. 3.3 Tutto ciò si
riflette anche nei rapporti con le altre forze della "sinistra
radicale": di fronte alla quale si rischia che l'alternativa sia tra gli
"innovatori superficiali" ("mettiamoci insieme e non se ne parli
più") e i conservatori
("facciamo pure un po' di unità, ma il Partito non si tocca"). E'
chiaro che, su una base debole, la stessa manifestazione unitaria promossa per
il 20 ottobre rischia di incagliarsi sulle dichiarazioni di un qualsiasi
Caruso. Eppure, sarebbe
possibile partire da alcuni punti di fondo, relativi alla struttura dell'attuale
società capitalistica prima che alle tattiche di governo. Partire cioè da
quell'analisi critica del capitalismo, che Bellofiore e Rossanda invocano, non
per inventare un modello di alternativa al capitalismo (che oggi non è nelle
cose), ma per individuare alcune alternative interne all'attuale assetto
capitalistico, e fare delle scelte per alcune contro alcune altre. Il che però
presuppone una visione lucida della natura del dominio capitalistico, e della
lotta permanente da condurre contro di esso. Il prevalere
delle alternative più favorevoli alle classi lavoratrici non è mai spontaneo nè
pacifico, ma nasce dalla combinazione tra le contraddizioni oggettive del
capitalismo e la capacità della lotta di classe di intervenire su di esse. E'
stato così, per fare un esempio, per l'emergere della lunga fase
"fordista-keynesiana" con i vantaggi che ha prodotto per le classi
lavoratrici dei paesi capitalistici avanzati. Un esempio delle
alternative che si pongono oggi è tratteggiato efficacemente da Luciano Gallino
nel suo articolo su "precarietà e globalizzazione" comparso su La
Repubblica del 15 agosto., che colloca la lotta contro la precarietà e per un
sistema avanzato di diritti dei lavoratori europei nel quadro più ampio di
un'analisi delle tendenze del capitalismo "globale". Questo
permetterebbe di distinguere questioni principali da questioni secondarie.
Permetterebbe di distinguere elementi di unità o di divisione di fondo, ed
elementi transitori o secondari. Permetterebbe inoltre di porre in termini più
chiari (e non tatticisti o strumentali, o puramente ideologici) il rapporto con
i "movimenti" - il che non significa necessariamente che lo
faciliterebbe, però lo renderebbe più limpido. E' chiaro che, in
questa prospettiva, la dimensione europea diventa essenziale: nessuna
alternativa all'attuale assetto e alla politica dominante del capitalismo,
anche se parziale e interna al sistema, può essere posta se non a livello
europeo. La Sinistra Europea può essere un utile punto di partenza, se si misura
con una "piattaforma fondamentale" del genere e la confronta con
altre forze - a partire dalle socialdemocrazie europee, senza le quali è
impensabile imporre in Europa una politica alternativa. |