| da Liberazione 08/09/2007 Romina Velchi
L'analisi di Sabiucciu, assessore al Lavoro di Rifondazione alla provincia di Venezia «Il Nordest? Paga il mito del "piccolo è bello"» Alessandro Sabiucciu, Marghera sta male, ma è tutto il Nordest a non sentirsi tanto bene. Quando è cominciata la crisi economica e sociale? E perché? Tutto è iniziato a metà degli anni '70 per rispondere allo choc petrolifero. La parola d'ordine allora fu: frammentare. Il grande "prato verde" del Nordest appariva terra adatta per impiantare questo modello. Il Nordest è terra di emigrazione, terra prevalentemente agricola, pochissimo sindacalizzata, se si esclude Porto Marghera; sono gli anni in cui lo stipendio medio del metalmeccanico veneto è del 25% inferiore a quello del metalmeccanico lombardo; in cui la gente si compra il cappello per poterselo togliere davanti al padrone. Da lì, questo processo si sviluppa su due dinamiche: la polverizzazione "extramoenia" (il modello Benetton), che esternalizza; e quella "intramoenia", cioè la grande fabbrica (penso alla Fincantieri) che ha 5mila dipendenti e di colpo se ne ritrova 1.300 diretti e 4mila in appalto, tutti però nello stesso luogo, fino a 500 aziende differenti. Una tale frammentazione del lavoro non fa che rompere quell'elemento fondante dei legami sociali che è il contratto nazionale di lavoro e contemporaneamente, però, accende una nuova figura sociale: il piccolo imprenditore a livello familiare. Funziona così: il Benetton di turno individua nel suo caporeparto il titolare della nuova azienda. Che ovviamente non ha grande autonomia, perché tempi e metodi li decide Benetton, le tecnologie pure, ed è obbligato alla monofornitura. Per cui più che un imprenditore è un'appendice della grande fabbrica. Tuttavia, conquista uno status. Lui e la sua famiglia, con il loro bel capannone. Ed eccoci al punto, quello che Andrea Zanzotto definisce «spaesamento». Perché il paesaggio cambia davvero, non lo riconosci più. Basta qualche cifra per avere un'idea. In Veneto ci sono 580 comuni, le zone industriali ufficialmente censite sono oltre duemila; in provincia di Treviso, i comuni sono 95, le zone industriali 480; ci sono 800 cave, dicasi 800, che se le metti tutte insieme viene fuori un buco più grande dell'intero perimetro della città di Treviso. Insomma, si capisce che il territorio è stato messo al lavoro e con esso l'intera struttura sociale. Marco Paolini parla dei nuovi "tavernicoli", quelli con il mito della taverna, della villetta. Ormai il lavoro è tutto, anche quello precoce, il guadagno è tutto. Il guaio è che a tutto questo si associa un grave senso di insicurezza: l'imprenditore che lavora come contoterzista vive una condizione di precarietà, perché la grande azienda chiede sempre più: riduzione dei costi, aumento degli orari di lavoro e intensificazione dei ritmi di produzione. E non avendo gli strumenti culturali per capire la complessità del meccanismo e avendo abbandonato la contraddizione principale, che è sempre quella tra capitale e lavoro, ecco che tale insicurezza viene incanalata verso altri nemici, i terroni prima, i rom poi. Purtroppo, negli ultimi 25 anni abbiamo assistito ad un progressivo smottamento culturale delle sinistre politiche, smottamento che oggi è evidente con gli sceriffi di sinistra. Quasi quasi mi viene da pensare a Weimar. Per fortuna non tutto è così, sennò non si spiegherebbe perché comunque l'Unione in Veneto prende il 45% di voti, ma faccio fatica a parlare di imprese "illuminate". La politica dovrebbe costruire piattaforme sociali, organizzative e culturali per riaggregare. Siccome la realtà è complessa, noi non possiamo permetterci le scorciatoie come fa la destra (vedi il problema tasse). Perciò dobbiamo agire su più piani per rendere comprensibile all'opinione pubblica questa complessità. C'è un problema di centralità pubblica che va riconquistata, in due ambiti principalmente: quello della pianificazione territoriale e di una nuova urbanistica sociale. Basta pensare che il Veneto è la regione in Italia che ha il più alto tasso di centri commerciali, 5mila persone condividono lo stesso spazio, ma non si parlano e non si riconoscono. Infine, vanno strutturate le rappresentanze degli interessi. Quello che hanno perso le sinistre in Veneto, anche Rifondazione, è la trinomia classica dell'agire politico: per che cosa, con chi e in alternativa a chi. Nei 10 obiettivi proposti da Sbilanciamoci queste cose ci sono tutte. E dovrebbero concorrere non solo ad una battaglia di breve periodo sulla finanziaria (senza volerne sminuire l'importanza), ma anche, e questo è compito della manifestazione del 20, a contribuire ad aprire una nuova fase che è quella del processo unitario a sinistra. Sennò torniamo alla sommatoria del ceto politico, che non interessa a nessuno. Se noi riusciamo a costruire attorno al 20 la condivisione di processi programmatici (il "per che cosa") e la costruzione di una partecipazione plurale, la manifestazione sarà capace di guardare alla finanziaria ma anche di aprire il processo a sinistra. Altrimenti rischiamo di dividerci fra quelli che la fanno per cambiare la finanziaria e quelli che la fanno contro il governo. |