La Federazione lavoratori metalmeccanici fu richiesta e poi imposta dai lavoratori ai vertici sindacali , che preferivano le più affidabili per loro) commissioni interne, e divenne un esempio unico di reale gestione democratica perché aveva alle spalle i Consigli di Fabbrica, eletti dai lavoratori su lista bianca e composti da iscritti o meno al sindacato.

Chi oggi pontifica di creare una federazione a sinistra sul modello FLM di fatto persegue una logica tutta verticistica, senza neanche pensare di coinvolgere la base degli iscritti, dimostrando di non sapere o di non aver capito niente della straordinaria realtà della FLM e di voler dar vita ad una operazione di facciata e destinata ad un logico insuccesso.

I consigli di Fabbrica sono stati la struttura portante della FLM; quale può essere oggi la struttura territoriale su cui poggiare una “Federazione di sinistra” ?

Diciamo subito che non può essere individuata in “teoria” o proposta da qualche apparato organizzativo centrale. Si tratta di provare, sperimentare e costruire partendo dalla concretezza delle lotte.

da Liberazione  31/08/2007 

Storia della Flm, che ora è il modello per il nuovo soggetto della sinistra

 Quella federazione dei metalmeccanici che «viveva» solo grazie ai consigli di fabbrica

 
Stefano Bocconetti

Dodici anni. Più o meno. Quelli cominciati quando tutto sembrava a portata di mano, e finiti quando la Fiat e la borsa di Milano sono tornate a vincere. Dodici anni, allora, dal 73 all'85. Più o meno. Sì, perché la cosa strana è che non c'è una data precisa, nè per l'inizio, nè per la fine di quella esperienza. Che invece ora è invocata da tanti come soluzione. Per quella esperienza di cui tutti, ora, parlano: la Flm, la federazione dei lavoratori metalmeccanici. La più avanzata esperienza unitaria del movimento sindacale. Che ora viene presa a modello, che potrebbe diventare lo strumento, il nuovo strumento, per organizzare il soggetto unitario della sinistra.

Flm, allora. Ma di che si tratta? Vere e proprie date di inizio, s'è detto, non ce ne sono. La Flm esordisce nel '73. Ma in realtà era stata costruita negli anni precedenti. Alla fine degli anni '60. In pieno autunno caldo, nel '69. Quando le fabbriche, un anno dopo le università, si ribellarono. Come nessuno si aspettava: nè le imprese ma neanche il sindacato. Si ribellarono le fabbriche. Che in quegli anni erano cambiate. E molto. Senza che il sindacato se ne accorgesse. All'Alfa, alla Magneti Marelli, alla Sit-Siemens, la vecchia figure operaia - quella fiera della propria professionalità - era stata sostituita da quella che i sociologi chiameranno "operaio massa". Migranti dal Sud, senza qualifica, costretti alle catene di montaggio in lavori alienanti. Per lo più privi di tradizioni sindacali. Spesso costretti a vivere in condizioni difficilissime, nelle città del Nord, che li discriminavano. Ecco perché l'autunno caldo non fu solo una durissima vertenza contrattuale. Dura come poteva essere quella di un paese che aveva i salari operai più bassi d'Europa. Fu anche e soprattutto la rottura con tutto ciò che c'era stato prima. Anche nella prassi sindacale.

Perché fino ad allora i "terminali" delle tre grandi organizzazioni - Cgil, Cisl e Uil - erano state le commissioni interne. In fabbrica i sindacati presentavano ognuno la propria lista, il proprio simbolo e gli operai votavano su schede stampate. La Fiom, la Cgil dei metalmeccanici, dopo gli anni bui attorno al '50 - quelli di Valletta per capire - era tornata a vincere. Anche alla Fiat. Ma il '69 fu un'altra cosa. Le lunghe, defatiganti riunioni di mediazione nelle salette dei rappresentanti sindacali furono sostituite, travolte dalle assemblee di fabbrica. Di reparto. Dove tutti prendevano la parola, parlavano, raccontavano i loro disagi. E cominciò a nascere l'idea di un altro sindacato. Nacquero i consigli di fabbrica. Che erano lontani anni luce dalle commissioni interne. Qui, in questa nuova struttura, tutti i lavoratori erano elettori e potevano essere eletti. Non esistevano più le liste di organizzazione, i delegati rappresentavano tutti. Chiunque poteva diventarlo. Si votava su scheda bianca.

La Cgil decise che quelle forme di autorganizzazione operaia, d'ora in poi, sarebbero state il proprio riferimento nelle fabbriche. Non fu facile. Perché la Cgil era ancora legata a doppio filo con il Pci, che ovviamente preferiva lavoratori organizzati nel modo tradizionale. In sezioni sindacali della Cgil. Fu battaglia, insomma. Al primo congresso Cgil degli anni '70. Ma alla fine Trentin - in una stranissima e irripetibile alleanze con Luciano Lama - riuscì a spuntarla. Il più grande sindacato sarebbe diventato il sindacato dei consigli.

Questo era il clima all'inizio degli anni '70. Ogni fabbrica aveva i suoi delegati. Molti anche non iscritti alle tre organizzazioni sindacali. E quei consigli "premevano" perché i sindacati "ufficiali" superassero le loro incrostazioni, perché si rinnovassero. Quei consigli spingevano perché si realizzasse l'unità sindacale.

Così il tema arrivò all'ordine del giorno di tutte e tre le grandi confederazioni. Ci fu anche un passaggio ufficiale: Cgil, Cisl e Uil, ciascuna nel suo congresso, decisero di sciogliersi. Per dar vita, in italia, ad un nuovo sindacato. Unitario. Improvvisamente però il processo si bloccò. Chi ha un po' di anni, o chi ha voglia di andare a leggersi i resoconti delle cronache di quel periodo, saprà che "ufficialmente" il responsabile della fine del progetto unitario è stato indicato in uno dei membri della segreteria della Uil, Vanni. Capeggiava la piccola componente repubblicana del terzo sindacato. Da subito si dichiarò contrario al processo unitario. Fu battuto al congresso ma poi, quando si trattò di stringere, fece fuoco e fiamme. Molti attribuiscono a lui la "colpa" della fine del progetto unitario. Ma è facile capire che il segretario repubblicano della Uil da solo non sarebbe stato in grado di fermare proprio nulla. Fu preso a pretesto dai tanti, però, a cui non piaceva l'unità sindacale. Non piaceva ai maggiori partiti, preoccupati probabilmente di non poter più esercitare la loro influenza, non piaceva a tanti altri leader confederali. Piaceva invece ai metalmeccanici. Che già allora erano una categoria atipica. Le tre sigle - Fiom, Fim, Uilm - erano dirette da segretari che saranno poi diventati leader confederali: Trentin, Carniti e Benvenuto. Sotto la spinta dei consigli di fabbrica, decisero di andare avanti lo stesso, di procedere verso quella che all'epoca - con una brutta parola - si chiamava "unità organica". Non la somma di tre sigle, non un semplice "patto d'unità d'azione", ma una nuova organizzazione. Dove non contavano più le appartenenze, le componenti partitiche. Sindacato unitario e sburocratizzato.

I metalmeccanici continuavano a progettare la loro nuova organizzazione ma anche gli altri si erano messi al lavoro per bloccare quel progetto. Pierre Carniti, in un'intervista al nostro giornale, l'altro giorno ricordando la figura di Trentin racconta un aneddoto fino ad ora sconosciuto. Racconta proprio di quando incontrò Trentin: in quell'occasione il segretario della Fiom gli spiegò che lui avrebbe rispettato l'impegno e sarebbe andato avanti nella costruzione del sindacato unitario. Ma lo avrebbe fatto da solo, per lealtà. La sua Fiom. invece, non l'avrebbe seguito. Troppe e troppo forti le resistenze. Anche in casa Pci.

Altri partiti fecero altre resistenze. Eppure non si rinunciò del tutto. Il gruppo dirigente dei metalmeccanici decise di limitare il progetto ma non di annullarlo. Nacque così la Flm. Una nuova organizzazione che coesisteva con le tre preesistenti, Fiom, Fim e Uilm. Coesisteva, con qualcosa in più: in qualche modo veniva messa al di sopra delle tre organizzazioni. Perché ciascuna sigla decise di trasferire un po' del suo potere, delle sue competenze, delle sue conoscenze. Delle sue risorse alla Flm.

Nacque come ripiego, allora. Ma ben presto divenne altro. Perché i metalmeccanici cominciarono non più e non solo ad occuparsi delle condizioni di lavoro nelle fabbriche. Ben presto conquistarono quella che si chiamava la "prima parte" del contratto. Strapparono il diritto a conoscere come e quanto le imprese avrebbero investito. Su cosa. Conquistarono il diritto a dire la loro su ogni aspetto della vita lavorativa. Conquistarono il diritto ad intervenire su tutto ciò che riguardava l'occupazione. Così la Flm divenne il sindacato, il più forte sindacato, ma anche molto di più. Un punto di riferimento per le elaborazioni dei tanti, nuovi, pensieri critici. Nacque il coordinamento delle donne Flm, si organizzarono - lì dentro - le prime associazioni di cassintegrati, di disoccupati.

Durò, fin tanto che durarono i consigli di fabbrica. Acquistando un potere, un potere contrattuale, che forse non aveva paragoni in nessun altro paese d'Europa. Poi, la Fiat decise che era arrivato il momento di riprendersi il suo. Ci fu la vertenza dei 35 giorni, nell'80, la sconfitta di quel sindacato. Ci fu l'attacco del centrosinistra di Craxi alla scala mobile. Sul referendum per cancellare quel provvedimento che tagliava quattro punti di contingenza dalle buste-paga, il sindacato si divise. Anche la Flm si spaccò. E, quasi simbolicamente, la federazione metalmeccanici finisce nell'84-85, quando ai lavoratori viene tolta del tutto la scala mobile.

Resta quell'esperienza. Forse non tutta rose e fiori. Molti, protagonisti di quella storia, ma protagonisti anche oggi delle battaglie sindacali, raccontano di come ci fosse quasi un doppio sindacato: quello dei consigli che poi diventava un'altra cosa appena uscito dalle fabbriche. Con una Flm che, nel giro di poco tempo, aveva già riprodotto le vecchie logiche di appartenenza, le vecchie logiche burocratiche. In ogni caso, quel sindacato resta un modello. E forse racconta anche una lezione: perché la Flm, quei contratti unici e irripetibili che riuscì a firmare, non sarebbe esistita senza i consigli, senza la democrazia delle assemblee, senza i delegati. Chi invoca il modello Flm in politica, a sinistra, forse invoca anche tutto questo.