Al limite di rottura il conflitto tra gli
stabilimenti siderurgici dell'Ilva e il territorio
Taranto alla resa dei conti con il "padrone delle ferriere"
Anche
sulla produzione di acciaio si rende necessario tirare due righe di conto
in
quanto,
in Italia, sono oggi arrivati al pettine i nodi delle scelte delle privatizzazioni
compiute
in questo ultimo decennio. In verità, questi effetti vanno sistemati
dentro
una storia,
quella della siderurgia italiana che, nel lontano passato, vide collocate
le
acciaierie
a "bocca di mare" proprio sui golfi più belli del paese - da Bagnoli
a
Cornegliano,
da Trieste a Piombino (dinanzi all'Elba) e a Taranto - al solo fine di
abbattere
i costi di produzione e di trasporto ma nel supremo disinteresse dei costi
sociali
ed ambientali che ne derivano.
Ma, almeno
allora, quelle ubicazioni (sbagliate) erano a sostegno di un,
discutibilissimo
fin che si vuole, modello di sviluppo. Oggi, restano le ubicazioni del
tempo
ma, con le privatizzazioni, non figura alcun modello di nessun tipo, se
non
quello
di far soldi per i padroni subentrati alle Partecipazioni Statali, che
stanno
moltiplicando
quei costi sociali ed ambientali. E, ancor oggi, appare al limite di
rottura
il conflitto tra gli stabilimenti siderurgici a ciclo integrale e il territorio.
Così
a Taranto, dove nel '94, proprio mentre la Falck se ne andava da Sesto
San
Giovanni,
è calato "padron Riva" che, dopo un testa a testa con Lucchini,
con soli
2.400
miliardi di lire, si comperò (diciamo così) uno stabilimento
che ne valeva
40.000,
sul quale fattura anche 450 miliardi di euro all'anno. Un affarone. Ma
resta,
irrisolto
e peggiorato, quel conflitto stabilimento/territorio.
Cosa fa
Riva, oltre a fatturare per sé, per bonificare il ciclo produttivo
e risanare per
tutti
un ambiente che, dentro e fuori la fabbrica, falcidia la vita degli operai
e dei
cittadini
dei quartieri (a Taranto il 50% dei decessi è dovuto a neoplasia
ma, al
quartiere
Tamburi, contiguo all'acciaieria, il dato sale al 93%)? Nulla, Riva tratta
Taranto
esattamente come, nel mercato globale, gli avventurieri che depredano il
pianeta
trattano i paesi più poveri in cui, anche contro le decisioni di
Kyoto, essi
collocano
le lavorazioni più inquinanti e nocive perché, in quelle
realtà, il lavoro e
l'ambiente
sono disprezzati, contano poco o niente.
E' con
la stessa arroganza che Riva, a Taranto, mette cittadini contro operai,
sindacati
contro istituzioni (in cui il Comune pensa al solo turismo), ricatta tutti
per
trarre
il massimo vantaggio nella contrattazione con un governo latitante e
subalterno,
che è impegnato solo a tagliare ricerca e innovazione. Il degrado
fa
perciò
il gioco del padrone in una situazione diventata complicatissima.
Una sola
cosa ci appare chiara: non c'è soluzione a quel conflitto senza
un progetto
per la
città, ma la soluzione non la può evidentemente offrire né
un giudice (come
quello
che chiuse d'ufficio una delle quattro cokerie su cui Riva non aveva investito)
né,
tantomeno, un "padrone delle ferriere". Il progetto può nascere
solo dalla città
stessa
in cui deve restare il lavoro industriale (Taranto ha già perso
la Belleli) ma, lo
stesso,
va reso compatibile con il turismo, con il mare anch'esso da bonificare
e con
la ricca
agricoltura. Ragioniamoci. A partire dall'Ilva e dall'acciaio.
Era poi
questo il senso del dibattito pubblico promosso recentemente a Taranto
da
Rifondazione.
Il punto
di partenza sta, come detto, nella ricerca dell'equilibrio tra impianto
ed
ambiente.
Questo equilibrio non c'è anzi, si paventa il rischio di allontanare
la
produzione
ed abbattere il lavoro operaio, già così precario, perché
troppo alti
sarebbero
i costi dell'ambientalizzazione. Nel mondo dell'acciaio, va però
ricordato,
sono
proprio i paesi più industrializzati che possono consentirsi questi
interventi e -
Usa e
Giappone ad esempio - già li realizzano sul loro territorio, sui
loro
stabilimenti,
sperimentando anche progetti avanzati di fusione. Raccordano
l'ambiente
all'impianto.
In quel
di Taranto, Riva non attiva nemmeno gli interventi di risanamento più
modesti:
quello sui parchi minerali, ad esempio (perché non sistemarli sottoterra,
come
ci consigliavano i giapponesi?); o la rimozione dei materiali con amianto;
o la
sostituzione
delle apparecchiature elettriche. Non si sperimenta il futuro, non si
bonifica
il presente e le quattro lire messe a disposizione dalla Regione Puglia,
in un
discutibilissimo
atto d'intesa, restano bloccate dalla discussione su: colline
ecologiche,
abbattimento delle case Iacp, spostamento del cimitero. Ma, mentre
Riva
(e governo) paralizzano l'Ilva e non la dotano di un piano industriale,
il
mercato
mondiale si manifesta in espansione, addirittura esplosiva in Cina, perché
laminati
a caldo e acciaio al carbonio vedono oggi una ripresa della domanda.
Attaccare
la siderurgia italiana è scelta folle per l'Italia e il Mezzogiorno.
Eppure
Taranto,
con 15 milioni/anno di tonnellate di produzione, è alla finestra,
mentre
l'Italia,
si badi, è il secondo produttore d'acciaio d'Europa ma, anche, il
secondo
consumatore
con, quindi, un tasso di utilizzo superiore a quello di produzione, il
che
indica
l'esistenza di spazi di mercato pure in Italia, oltreché nel mondo.
La domanda
è allora questa: Riva ha interesse a produrre ancora in Italia e
a
Taranto
o già pensa (come la Fiat, la Falck, la Pirelli del resto), dopo
aver fatto qui
una barca
di quattrini, di spostare la produzione verso l'Est Europa, dove non
graverebbero
questi fastidiosi costi sociali ed ambientali, oppure pensa di passare
tramite
Edison alla produzione (agevolata) di energia elettrica? Su questo quesito
"il
padrone
delle ferriere" va messo alle strette. Non può "menare il can per
l'aia" come
ora.
Basta con i ricatti. E gli operai tarantini non sono disposti ad emigrare,
per
seguirlo.
Se Riva
vuole restare a fare acciaio a Taranto scenda a patti con la collettività
ionica
e ambientalizzi
la fabbrica. Tutto qui. Intervenga lo Stato con nuove risorse, si
utilizzino
le riserve lasciate dalla Ceca, che ebbe un ruolo assai positivo. Se Riva
non
scende
a patti, se ne vada e l'Ilva torni pubblica, e rientri in sintonia con
tutta la
comunità
ionica che vedrebbe così rinascere una speranza mal riposta. Diventi,
questa
acciaieria tuttora caposaldo strategico, il luogo privilegiato del salto
di
qualità,
con percorsi graduali ma certi come dice la Fiom, nella ricerca della
produzione
pulita delle batterie non inquinanti e nei processi fusione/riduzione.
Ma il
salto nel futuro comincia dal presente: dalle batterie esistenti, per la
distillazione
del fossile senza fughe dispersive, per il controllo del regime termico,
per la
cura nelle fasi di sfornamento del coke. E il salto vuole formazione, vuole
motivazione
degli operai e degli ingegneri, vuole certezza di lavoro e non la
precarizzazione
dei contratti a termine e di formazione lavoro, che sono la metà
dell'attuale
forza lavoro. E vuole un rapporto stretto con l'Università, le associazioni
ambientalistiche
e l'imprenditoria locale. Questa è la prova dell'Ilva, con o senza
Riva.
Torni
perciò, l'Ilva, ad essere la fabbrica propulsiva di tutta un'economia
(e anche
del mare,
del porto, dell'agricoltura, del turismo e delle attività minori)
e l'elemento
trainante
di una città, insieme, marinara ed industriale.
Bruno Casati
responsabile nazionale dipartimento
politiche industriali