Liberazione 5 gennaio 2003

Al limite di rottura il conflitto tra gli stabilimenti siderurgici dell'Ilva e il territorio
        Taranto alla resa dei conti con il "padrone delle ferriere"
 
    Anche sulla produzione di acciaio si rende necessario tirare due righe di conto in
    quanto, in Italia, sono oggi arrivati al pettine i nodi delle scelte delle privatizzazioni
    compiute in questo ultimo decennio. In verità, questi effetti vanno sistemati dentro
    una storia, quella della siderurgia italiana che, nel lontano passato, vide collocate le
    acciaierie a "bocca di mare" proprio sui golfi più belli del paese - da Bagnoli a
    Cornegliano, da Trieste a Piombino (dinanzi all'Elba) e a Taranto - al solo fine di
    abbattere i costi di produzione e di trasporto ma nel supremo disinteresse dei costi
    sociali ed ambientali che ne derivano.

    Ma, almeno allora, quelle ubicazioni (sbagliate) erano a sostegno di un,
    discutibilissimo fin che si vuole, modello di sviluppo. Oggi, restano le ubicazioni del
    tempo ma, con le privatizzazioni, non figura alcun modello di nessun tipo, se non
    quello di far soldi per i padroni subentrati alle Partecipazioni Statali, che stanno
    moltiplicando quei costi sociali ed ambientali. E, ancor oggi, appare al limite di
    rottura il conflitto tra gli stabilimenti siderurgici a ciclo integrale e il territorio.

    Così a Taranto, dove nel '94, proprio mentre la Falck se ne andava da Sesto San
    Giovanni, è calato "padron Riva" che, dopo un testa a testa con Lucchini, con soli
    2.400 miliardi di lire, si comperò (diciamo così) uno stabilimento che ne valeva
    40.000, sul quale fattura anche 450 miliardi di euro all'anno. Un affarone. Ma resta,
    irrisolto e peggiorato, quel conflitto stabilimento/territorio.

    Cosa fa Riva, oltre a fatturare per sé, per bonificare il ciclo produttivo e risanare per
    tutti un ambiente che, dentro e fuori la fabbrica, falcidia la vita degli operai e dei
    cittadini dei quartieri (a Taranto il 50% dei decessi è dovuto a neoplasia ma, al
    quartiere Tamburi, contiguo all'acciaieria, il dato sale al 93%)? Nulla, Riva tratta
    Taranto esattamente come, nel mercato globale, gli avventurieri che depredano il
    pianeta trattano i paesi più poveri in cui, anche contro le decisioni di Kyoto, essi
    collocano le lavorazioni più inquinanti e nocive perché, in quelle realtà, il lavoro e
    l'ambiente sono disprezzati, contano poco o niente.

    E' con la stessa arroganza che Riva, a Taranto, mette cittadini contro operai,
    sindacati contro istituzioni (in cui il Comune pensa al solo turismo), ricatta tutti per
    trarre il massimo vantaggio nella contrattazione con un governo latitante e
    subalterno, che è impegnato solo a tagliare ricerca e innovazione. Il degrado fa
    perciò il gioco del padrone in una situazione diventata complicatissima.

    Una sola cosa ci appare chiara: non c'è soluzione a quel conflitto senza un progetto
    per la città, ma la soluzione non la può evidentemente offrire né un giudice (come
    quello che chiuse d'ufficio una delle quattro cokerie su cui Riva non aveva investito)
    né, tantomeno, un "padrone delle ferriere". Il progetto può nascere solo dalla città
    stessa in cui deve restare il lavoro industriale (Taranto ha già perso la Belleli) ma, lo
    stesso, va reso compatibile con il turismo, con il mare anch'esso da bonificare e con
    la ricca agricoltura. Ragioniamoci. A partire dall'Ilva e dall'acciaio.

    Era poi questo il senso del dibattito pubblico promosso recentemente a Taranto da
    Rifondazione.

    Il punto di partenza sta, come detto, nella ricerca dell'equilibrio tra impianto ed
    ambiente. Questo equilibrio non c'è anzi, si paventa il rischio di allontanare la
    produzione ed abbattere il lavoro operaio, già così precario, perché troppo alti
    sarebbero i costi dell'ambientalizzazione. Nel mondo dell'acciaio, va però ricordato,
    sono proprio i paesi più industrializzati che possono consentirsi questi interventi e -
    Usa e Giappone ad esempio - già li realizzano sul loro territorio, sui loro
    stabilimenti, sperimentando anche progetti avanzati di fusione. Raccordano
    l'ambiente all'impianto.

    In quel di Taranto, Riva non attiva nemmeno gli interventi di risanamento più
    modesti: quello sui parchi minerali, ad esempio (perché non sistemarli sottoterra,
    come ci consigliavano i giapponesi?); o la rimozione dei materiali con amianto; o la
    sostituzione delle apparecchiature elettriche. Non si sperimenta il futuro, non si
    bonifica il presente e le quattro lire messe a disposizione dalla Regione Puglia, in un
    discutibilissimo atto d'intesa, restano bloccate dalla discussione su: colline
    ecologiche, abbattimento delle case Iacp, spostamento del cimitero. Ma, mentre
    Riva (e governo) paralizzano l'Ilva e non la dotano di un piano industriale, il
    mercato mondiale si manifesta in espansione, addirittura esplosiva in Cina, perché
    laminati a caldo e acciaio al carbonio vedono oggi una ripresa della domanda.

    Attaccare la siderurgia italiana è scelta folle per l'Italia e il Mezzogiorno. Eppure
    Taranto, con 15 milioni/anno di tonnellate di produzione, è alla finestra, mentre
    l'Italia, si badi, è il secondo produttore d'acciaio d'Europa ma, anche, il secondo
    consumatore con, quindi, un tasso di utilizzo superiore a quello di produzione, il che
    indica l'esistenza di spazi di mercato pure in Italia, oltreché nel mondo.

    La domanda è allora questa: Riva ha interesse a produrre ancora in Italia e a
    Taranto o già pensa (come la Fiat, la Falck, la Pirelli del resto), dopo aver fatto qui
    una barca di quattrini, di spostare la produzione verso l'Est Europa, dove non
    graverebbero questi fastidiosi costi sociali ed ambientali, oppure pensa di passare
    tramite Edison alla produzione (agevolata) di energia elettrica? Su questo quesito "il
    padrone delle ferriere" va messo alle strette. Non può "menare il can per l'aia" come
    ora. Basta con i ricatti. E gli operai tarantini non sono disposti ad emigrare, per
    seguirlo.

    Se Riva vuole restare a fare acciaio a Taranto scenda a patti con la collettività ionica
    e ambientalizzi la fabbrica. Tutto qui. Intervenga lo Stato con nuove risorse, si
    utilizzino le riserve lasciate dalla Ceca, che ebbe un ruolo assai positivo. Se Riva non
    scende a patti, se ne vada e l'Ilva torni pubblica, e rientri in sintonia con tutta la
    comunità ionica che vedrebbe così rinascere una speranza mal riposta. Diventi,
    questa acciaieria tuttora caposaldo strategico, il luogo privilegiato del salto di
    qualità, con percorsi graduali ma certi come dice la Fiom, nella ricerca della
    produzione pulita delle batterie non inquinanti e nei processi fusione/riduzione.

    Ma il salto nel futuro comincia dal presente: dalle batterie esistenti, per la
    distillazione del fossile senza fughe dispersive, per il controllo del regime termico,
    per la cura nelle fasi di sfornamento del coke. E il salto vuole formazione, vuole
    motivazione degli operai e degli ingegneri, vuole certezza di lavoro e non la
    precarizzazione dei contratti a termine e di formazione lavoro, che sono la metà
    dell'attuale forza lavoro. E vuole un rapporto stretto con l'Università, le associazioni
    ambientalistiche e l'imprenditoria locale. Questa è la prova dell'Ilva, con o senza
    Riva.

    Torni perciò, l'Ilva, ad essere la fabbrica propulsiva di tutta un'economia (e anche
    del mare, del porto, dell'agricoltura, del turismo e delle attività minori) e l'elemento
    trainante di una città, insieme, marinara ed industriale.

   Bruno Casati
responsabile nazionale dipartimento politiche  industriali