Il Manifesto 12 settembre

Trieste, nasce il Ferriera social forum
Associazioni e partiti insieme per il risanamento ambientale delle acciaierie. E la tutela dei redditi

MATTEO MODER
TRIESTE
Il 31 luglio scorso è nato ufficialmente a Trieste il Ferriera social forum per gestire democraticamente e dal basso la dismissione dello stabilimento di Servola, di cui è padrone dal 1995 il gruppo Lucchini (3.500 miliardi di lire di fatturato annuo), la sua riconversione con la salvaguardia dei redditi dei lavoratori (1.500 tra dipendenti e indotto) e dell'ambiente. Ne fanno parte Rifondazione Comunista, i Verdi, Ya Basta, Wwf, Legambiente, Ics, rete Lilliput e in pectore Fiom, Fim e Uilm. «L'ingresso ufficiale del sindacato - spiega Paolo Hlacia, anima dell'iniziativa e responsabile della commissione lavoro di Rifondazione - può rappresentare un elemento decisivo nella gestione democratica dei problemi legati alla ferriera, perché costituirebbe il primo momento di confronto tra lavoratori e cittadini della zona adiacente allo stabilimento. Gli abitanti patiscono da anni gli insulti degli imbrattamenti, delle polveri e degli altri fattori inquinanti della ferriera; è quindi importante che ne discutano con i rappresentanti dei lavoratori in un'ottica che non sia più quella della difesa del posto di lavoro tout court e a ogni costo». Per il social forum si prospettano mesi, forse anni, di duro lavoro, perché se da un lato gravi sono le inadempienze del gruppo Lucchini nella gestione dello stabilimento, altrettanto pesanti sono le carenze degli enti locali, comune in primis, tese a ignorare o a minimizzare i problemi connessi alle inosservanze in materia ambientale, di sicurezza sul lavoro, di precarietà; e ancora, i finanziamenti concessi e non concessi, i soldi spesi male, le speculazioni legate alle privatizzazioni. Il sindaco di Forza Italia, Roberto Dipiazza, appena eletto, ha detto: «Chiudiamo la ferriera» e ha fatto predisporre dal Ministero alle attività produttive un piano di dismissione che favorisce solo Lucchini, non dà alcuna certezza sulla riqualificazione occupazionale (prevede 200 lavoratori sugli attuali 1.500 alla fine del ciclo di dismissione previsto per il 2009), risulta disastroso dal punto di vista dell'impatto ambientale. «Ci sono tre tavoli - dice Hlacia - uno sul piano economico, uno sul piano ambientale e il terzo sull'occupazione; noi chiediamo che se ne faccia uno solo perché il problema è globale e così va trattato, diciamo no al gioco delle tre carte».

Attualmente uno dei due altiforni della ferriera è chiuso «per manutenzione», come l'acciaieria, mentre sulla cokeria - uno degli impianti più inquinanti, ma non il solo - grava il sequestro disposto dalla magistratura e per il quale alcuni esperti nominati dal magistrato stanno cercando un percorso di chiusura compatibile con la produzione e con la salvaguardia della salute. «Il vero problema - racconta Hlacia - resta la centrale di cogenerazione realizzata un anno fa da Lucchini con una spesa di quasi 400 miliardi dilire. Dai ricavi per il 2001 - aggiunge - si evince che solo per la vendita di gas siderurgico (recuperato dalla produzione della ferriera) è stato venduto alla società Elettra che gestisce la centrale e che, guardacaso, è sempre del gruppo Lucchini».

Il piano del governo prevede, oltre alla chiusura a breve di un altoforno e dell'acciaieria, un coinvolgimento diretto della Lucchini sia nella realizzazione di un'altra centrale quattro volte più potente di quella attuale, sia nelle operazioni di bonifica dei terreni, sia nella gestione di un terminal di massificazione. E' previsto inoltre un terminal container ad hoc con il coinvolgimento dell'Autorità portuale e del terminalista Evergreen e insediamenti commerciali. «Niente - rileva Hlacia - sul mantenimento occupazionale e sull'impatto ambientale. E' evidente - prosegue - che la Lucchini,«vittima» della volontà di dismissione, sprema a fondo fino al 2009 tutte le potenzialità in barba a ritmi di lavoro, sicurezza, prevenzione, investimenti per la riduzione delle polveri e dei gas». Gli investimenti previsti sono di 331 milioni di euro. «Ma dove sono? - si chiede Hlacia - gli unici soldi presenti sono i 13 milioni di euro stanziati ancora due anni fa dall'allora ministro dell'ambiente Willer Bordon perla bonifica di 40 siti industriali in regione». «La decisione di Dressi di separare la responsabilità dei tavoli - dice Antonio Saulle, segretario provincialedella Fiom - evidenzia la difficoltà di dare risposte positive al mantenimento dei livelli occupazionali. Si è deciso - prosegue - di dar man libera all'azienda e di condividere quindi la possibilità di licenziare il personale attualmente occupato per poi riconsiderarlo in tempi e modi non determinati ovvero la solita politica dei due tempi». Sul social forum, Saulle ha detto che ci sono molti punti di convergenza e che il sindacato deciderà in merito.