L'acciaio del futuro
Si può uscire dalla via italiana
alla de-industrializzazione?
Incontri a Taranto Al Convegno nazionale
della siderurgia, le proposte della Fiom sul futuro dell'Ilva e della città,
nel rispetto dell'ambiente
ALESSANDRO LEOGRANDE
TARANTO
Con un occhio alla crisi della Fiat e l'altro alla vertenza Ilva, si è tenuto nei giorni scorsi a Taranto il Convegno nazionale della siderurgia, indetto dalla Fiom-Cigl, in cui sono intervenuti anche Legambiente, Federacciai, il Comune e la stessa Ilva. Tema in discussione: il futuro della siderurgia in Italia e il ruolo dello stabilimento di Taranto, in cui si producono 10 milioni di tonnellate d'acciaio, la metà di quello prodotto dal gruppo Riva (tuttora il quinto nel mondo) i 2/5 di quello prodotto in Italia. Tutti d'accordo su un punto: lo sviluppo e la competitività non possono fare a meno della grande industria. Ma come uscire dalla via italiana alla de-industrializzazione? Nell'ultimo decennio, i grandi gruppi - ha detto Franco Fiusco, segretario provinciale della Fiom - hanno preferito il risanamento finanziario a quello tecnologico, tutto a spese del costo del lavoro e dei diritti sociali. Dopo la chiusura di 4 delle 10 batterie della cokeria a seguito di un' ordinanza della magistratura, il ridimensionamento degli assetti impiantistici, il rilancio del ricatto occupazionale da parte dell'azienda, l'apertura di due tavoli regionali (uno per l'innovazione ecocompatibile dello stabilimento, l'altro per il risanamento dell'intera area cittadina), la Fiom ha delineato un percorso per lo sviluppo cittadino e per l'intera siderurgia nazionale che va al di là dell' immediata difesa dei 4mila posti a rischio. Riccardo Nencini, segretario nazionale, ha precisato: «La Fiom ha fatto sua l'idea che l'ambiente non è materia riproducibile. La presenza industriale non può raggiungere un impatto zero, ma non siamo condannati a consumare ambiente. Oggi chi identifica l'ambientalismo con l'antindustrialismo va contro ogni idea di sviluppo». Enrico Gibellieri, ultimo presidente della Ceca, ha sottolineato che, pur mantenendo un ciclo integrale, esistono ampie possibilità di investimento per impianti più puliti. «Le norme europee Bat, facendo l'esame del massimo sviluppo tecnologico raggiunto, fissano gli standard da seguire. Basta guardare ad esempio Duisburg, la Taranto tedesca.»
Dopo l'incontro del 25 settembre a Bari per l'accordo di programma, la Regione Puglia ha costituito una Commissione tecnica (composta da periti della Regione e del Gruppo Riva) che ha il compito di stendere un programma di risanamento da sottoporre alle parti sociali entro la fine di ottobre. La Fiom chiede: il ripristino degli stessi livelli impiantistici precedenti alla chiusura delle batterie e la stabilizzazione di tutti i contratti in scadenza (quelli a termine e quelli di formazione lavoro, in tutto quasi la metà dei dipendenti nella fabbrica simbolo del precariato). Inoltre, occorre assegnare alla Facoltà di Ingegneria ambientale l'analisi del rapporto tra produzione e ambiente, e ricercare un rapporto più stretto con l'imprenditoria locale, che non si basi sul sistema degli appalti e dell'intermediazione di manodopera.
Insomma, bisogna ripartire proprio da là dove l'industria di stato ha fallito: la creazione di un indotto autosufficiente e non parassitario, con un'imprenditoria locale meno arretrata e una classe dirigente regionale più attenta alle prospettive di crescita economica e sociale. Nencini provoca il sindaco di Taranto, per Rossana Di Bello (FI): «il comune deve farsi promotore dell'accordo di programma per il risanamento ambientale, aprendo una vertenza contro il governo che ha ridotto di 150 milioni di euro gli investimenti per le aree gravemente inquinate». Se no, di cosa parliamo, quando parliamo di ambiente?
Generalmente chiuso in silenzio stampa, il Gruppo Riva si è espresso tramite Pietro De Biasi, direttore generale del personale: «l'Ilva ha assunto 6mila ragazzi in cinque anni, dall'inizio del 2002 ha rinnovato a tempo indeterminato 1.700 contratti, dedica la totalità dei propri investimenti a miglioramenti tecnici e, soprattutto, di fronte alla debolezza del tessuto imprenditoriale, anziché esternalizzarle, internalizza le attività di pulizia e manutenzione». Peccato che De Biasi non abbia fornito altri dati: sulle emissioni inquinanti, sugli infortuni e sulle morti bianche, sulle percentuali dei rinnovi (85%, fra i grandi stabilimenti è una delle percentuali più basse d'Italia).