Il Manifesto 29 agosto

Ilva, ultimi fuochi

Spenta anche la cokeria 5, ma al governo gli operai chiedono la ricostruzione

Taranto "L'impianto non deve chiudere. Ci vuole un risanamento ambientale". La Fiom contro chi non si preoccupa degli operai

FRANCESCA PILLA

Il "disco cieco" che porta al graduale arresto della batteria 5 della cokeria dell'Ilva di Taranto è stato inserito ieri mattina. Con qualche ora d'anticipo rispetto al previsto sono stati fermati 8 forni, gli altri 39 saranno chiusi entro le 11 di oggi. Il 2 settembre l'identica procedura verrà adottata per la batteria 6. Muore così una cospicua parte dell'impianto siderurgico, per la produzione dell'acciaio, più grande d'Europa, dopo che il 5 agosto scorso è stata spenta la numero 4 e il 18 la 3. Questo in termini occupazionali significa la riduzione di oltre il 50% della forza lavoro. Il gruppo Riva ha infatti annunciato che procederà a una "significa riduzione dei contratti cosiddetti non stabili". Tradotto in numeri vuol dire 6.500 lavoratori buttati in mezzo alla strada su 12mila unità. Tutto inizia il 16 luglio, quando Emilio Riva, presidente del consiglio di amministrazione e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento tarantino, sono condannati a 10 mesi di reclusione per aver violato le leggi di tutela ambientale e per non aver adottato nessun accorgimento atto a impedire le dispersione nell'aria delle polveri provenienti dai "parchi" minerali. Il 22 luglio la procura tarantina dà alla società 30 giorni di tempo per porre rimedio alla situazione di grave inquinamento che era stata accertata nell'area portuale dagli ispettori dell'Asl. Il gruppo Riva non si perde d'animo e decide di disattendere gli impegni presi il 22 maggio di un investimento di circa 500 milioni di euro per rendere il sistema eco compatibile, passando alla dismissione di una parte dell'impianto. Il motivo? l'Ilva sostiene che non può allungare il tempo di distillazione del carbon coke nelle batterie 3,4,5 e 6 a 27 ore, come chiesto dalla procura, perché dopo le 24 ore il materiale non è più utilizzabile. Ma il sentimento degli operai è che la volontà è quella di chiudere definitivamente gli impianti per imporre un aut-aut tra produzione, occupazione e ambiente. Così martedì la Fiom incontra i vertici della società per chiedere il rinvio della chiusura delle batterie 5 e 6 almeno fino al 5 settembre, giorno in cui ci sarà il confronto al ministero per le attività produttive. L'Ilva risponde picche dando un segnale importante: la riunione a Roma non influenzerà le sue scelte.

Non ci sta la Cgil :"l'impianto è una ricchezza - spiega Francesco De Ponzio della segreteria tarantina - ed è una certezza dal punto di vista economico. Non ce ne possiamo privare, dobbiamo renderlo eco compatibile". Così nella riunione convocata dal sindaco Rossana Di Bello, sempre martedì, insieme a Cisl e Uil e forze imprenditoriali si giunge ad un accordo: l'Ilva deve tornare alla vita. Al governo saranno chiesti finanziamenti per gestire la crisi inquinamento. Il gruppo Riva dovrà rispettare gli impegni presi: costruire due mega batterie eco compatibili, recuperando le 4 appena chiuse, ripristinare il pieno regime delle cokerie 7 e 8 e reperire il coke all'estero in modo da abbattere le polveri che incidono sul quartiere Tamburi. Le istituzioni locali monitoreranno la gestione del "risanamento".

La Fiom però è titubante: "Non ci fidiamo - spiega il segretario Francesco Fiusco - il sindaco dice una cosa e ne fa un'altra. Vuole il superamento della siderurgia". Inoltre l'Ilva ha già fatto sapere che l'importazione di coke presenta problemi di costi e di resa, sia qualitativa che produttiva. "In questo braccio di ferro - spiega Fiusco - gli unici a rimetterci sono i lavoratori. E non ce lo possiamo permettere. Se il 5 settembre ci troveremo di fronte ad un disimpegno dell'Ilva al mantenimento degli assetti industriali e occupazionali, daremo il via alle iniziative di lotta contro tutti quelli che pensano di far pagare i costi di scelte sbagliate solo agli operai".