Ilva di Taranto, alla ricerca di una soluzione
Chiude la quarta cokeria, migliaia di posti a rischio. Giovedì l'incontro con il governo
ANTONIO SCIOTTO
In città si parla già di post-siderurgico, o post-Ilva. Il sindaco di Taranto, Rossana Di Bello, da tempo ipotizza il "rilancio turistico", ma nessuno, al momento, ha messo sul piatto una soluzione concreta per il caso Ilva. Trovare 15 mila posti di lavoro (quelli attuali dell'Ilva e dell'indotto) con il solo turismo pare arduo, e la via più praticabile, battuta soprattutto dai sindacati, resta quella di una fabbrica "pulita". Ma padron Riva sborserà il denaro necessario ad ammodernare gli impianti? Ieri è stata spenta la quarta batteria della cokeria (il forno per la produzione di carbon coke), dopo la chiusura delle prime tre, avviata nei primi di agosto dal proprietario dello stabilimento siderurgico. La decisione segue ai provvedimenti di sequestro emessi dalla Procura di Taranto e alle ordinanze di chiusura del Comune per l'inquinamento causato dagli impianti. Per il momento, la riduzione del coke disponibile viene sopperita con le scorte e con importazioni da Cina ed Egitto, ma, se non verrà trovata una soluzione, nei prossimi giorni l'attività produttiva potrebbe essere ridotta drasticamente, con conseguenze disastrose sull'occupazione. Migliaia di posti di lavoro sono a rischio, dato che la metà dei 12.500 addetti allo stabilimento ha contratti precari. Già entro la fine dell'anno in corso potrebbero non essere rinnovati 800 contratti di formazione lavoro in scadenza. Ma in realtà, secondo il sindacato, i posti in bilico sarebbero molti di più.
"Se non si troverà una soluzione - spiega Francesco Fiusco, segretario generale della Fiom Cgil di Taranto - rischiano di chiudere anche l'altoforno e la colata continua, e dunque gli operai che potrebbero perdere il lavoro entro pochi mesi potrebbero essere anche 3-4 mila. E non finisce qui, perché noi temiamo che se Riva non si impegnerà seriamente in un piano di ristrutturazione e rilancio, l'intera Ilva potrebbe essere dismessa nel giro di pochi anni". Sarebbero necessari, solo per cominciare, almeno 500 milioni di euro, proprio l'investimento triennale (2002-2005) che Riva aveva messo in cantiere dopo anni di pressione degli ambientalisti, e che poi ha improvvisamente stoppato a fine luglio, bloccando con esso anche il turn over del personale.
Per dopodomani, 5 settembre, è stato convocato a Roma il tavolo nazionale governo-azienda-sindacati che punta a trovare una soluzione all'ormai annoso problema Ilva. Sarà fondamentale convincere Riva a scucire il denaro necessario a una seria ristrutturazione, dato che ormai la questione ambiente, accanto a quella del lavoro, è diventata centrale e che pare decisamente impossibile (e anche poco augurabile per la salute di operai e cittadini) che venga riavviata la produzione senza un ripensamento complessivo del vecchio modello. Decine di lavoratori sono morti o sono attualmente in radioterapia, mentre dal 1970 al 2000 - secondo gli ultimi dati Asl - i decessi per tumore in città sono raddoppiati.
Gli operai, seppure divisi a metà dal precariato, che rende impossibile una lotta compatta, e falcidiati dagli infortuni piccoli e grandi che si verificano quotidianamente nell'immensa città-stabilimento, sono decisi a difendere il proprio posto di lavoro. "In questi giorni abbiamo previsto assemblee con tutti i lavoratori - spiega Fiusco - e se il 5 non avremo risposte precise da azienda e governo partirà la mobilitazione, senza sconti per nessuno. Le nostre richieste sono precise: l'impegno di Riva ad avviare la ristrutturazione degli impianti per un'acciaieria eco-compatibile, lo stanziamento delle risorse necessarie, e una tempistica definita. In più, chiediamo la stabilizzazione degli oltre 6 mila precari. Ottocento operai ex Belleli, in cassa integrazione fino al prossimo dicembre, aspettano di venire ricollocati: in una grave situazione come quella di Taranto non sono proponibili nuovi ridimensionamenti".