Si spegne l'Ilva e Riva ricatta
Taranto, il padrone chiude una cokeria, è sciopero. Il sindacato chiede un accordo urgente sul futuro dell'acciaieria. Gli ambientalisti: in trent'anni i tumori sono raddoppiati
ANTONIO SCIOTTO
Lprima batteria killer è stata spenta ieri. Presto, entro la fine di agosto, potrebbero essere chiuse le altre tre messe sotto sequestro dalla magistratura di Taranto perché altamente inquinanti: si tratta degli impianti per la produzione di carbon coke (o cokerie) dell'acciaieria più grande d'Europa, l'Ilva di Taranto. Un vero bubbone a cielo aperto, che sta consumando le vite degli operai e degli abitanti della città pugliese. Ma che dà anche lavoro a 12.500 persone, e ad altre 15 mila nell'indotto. Un aut aut tra salute e lavoro imposto dalla famiglia Riva, proprietaria del siderurgico, che non ha mai messo a norma gli impianti. E così gli operai dell'Ilva, che non hanno mai lavorato in un'industria ecocompatibile, ieri si sono trovati costretti a difendere con un girotondo l'impianto che li uccide. Mentre, ulteriore schiaffo, la proprietà annunciava che verrà annullato l'investimento previsto per i prossimi tre anni, 500 milioni di euro per ammodernare lo stabilimento, mettendo a rischio 800 contratti di formazione lavoro in scadenza nei prossimi mesi. "E' un vero e proprio ricatto occupazionale - dice Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom Cgil, ieri a Taranto per sostenere i lavoratori - E all'aut aut tra occupazione e ambiente non ci stiamo. E' fuor di dubbio che quegli impianti siano tossici e che l'intera Ilva debba essere ammodernata e resa compatibile con l'ambiente e la salute degli operai. Ma non si può chiudere da un giorno all'altro una batteria e annullare gli investimenti: è necessario un accordo di programma con i sindacati. E non solo punto sull'inquinamento: si verificano tantissimi incidenti nel corso dell'anno, e di molti non si parla perché "minori". L'ultimo, più grave, la morte di un ragazzo di 27 anni risucchiato dai macchinari diverse settimane fa. Era in formazione lavoro, e, come lui, sotto ricatto dell'azienda ci sono ben 6 mila precari, la metà degli addetti, che hanno rimpiazzato i dipendenti usciti per l'amianto. Il 5 settembre prossimo siamo stati convocati dal governo. Riva dovrà darci risposte chiare su tre punti: lo sviluppo del siderurgico, il rispetto dell'ambiente, la regolarizzazione dei precari".
Descrivere in maniera completa i danni causati dall'Ilva alla popolazione tarantina non è attualmente possibile, come spiega Alessandro Marescotti, presidente dell'associazione ambientalista PeaceLink (peacelink.it), "perché nessuno ha mai fatto un'indagine epidemiologica esauriente. Né, d'altra parte, gli operai si rendono conto pienamente dei rischi che corrono. Una perizia della magistratura depositata nel 2000 rivela che i controlli medico sanitari interni sono assolutamente insufficienti". La nuova perizia ordinata dal pm Franco Sebastio e depositata nel giugno scorso, ha riscontrato "in significativa misura la presenza di tipici metaboliti di IPA (idrocarburi policiclici aromatici) negli escreti degli addetti, a conferma di elevata assunzione delle suddette sostanze pericolose attraverso le consuete vie di esposizione (inalazione, assorbimento cutaneo, ingestione)". E tra gli IPA, il più letale è il benzoapirene, altamente cancerogeno.
Denunce che gli ambientalisti hanno portato avanti con forza - oltre a PeaceLink, Legambiente, Wwf, Attac e altre associazioni locali - ma che non li hanno condotti a contrapporsi con i sindacati: anzi, nel caso di Taranto, la novità è rappresentata dal fatto che cittadini e lavoratori stanno collaborando per non cedere al ricatto di Riva. "La chiusura delle cokerie, secondo noi, non porta necessariamente alla perdita di posti di lavoro - spiega Marescotti - Anzi, noi riteniamo che si potrebbe creare nuova occupazione grazie alla bonifica dei siti inquinanti. Per Cornigliano, l'Ilva acquista il carbon coke dall'estero. Si potrebbe fare lo stesso a Taranto, eliminando una fonte di inquinamento e reimpiegando gli operai nella manutenzione degli impianti".
E una risposta decisa all'inquinamento è ormai inprocrastinabile: secondo i dati raccolti dal comitato cittadini di Cornigliano, quartiere genovese che ospita un altro impianto Ilva, nell'area abitata vicina alle cokerie si registrano, negli ultimi anni, 6 tumori in più ogni mese rispetto al resto di Genova. Un dato dissociato che non è disponibile per il quartiere Tamburi di Taranto, a ridosso delle cokerie, ma secondo gli ambientalisti negli ultimi 10 anni sarebbero morti di cancro ai polmoni ben 20 operai delle cokerie, mentre almeno un'altra decina sarebbero in radioterapia. E a Taranto - dati della Asl - dal 1970 al 2000 sono raddoppiate le morti per tumore.