Acciaio fuso
LORIS CAMPETTI
Forse non era un genio del male, ma è certo che chi ha progettato il vecchio sviluppo industriale italiano, di malattie ne ha prodotte, e di non poco conto. Per esempio, che senso ha sottrarre alla collettività i più bei golfi italiani per trasformarli in acciaierie? Di esempi se ne possono fare a bizzeffe, da Bagnoli a Cornigliano, a Taranto, a Piombino di fronte all'Elba. L'unica ragione è l'abbattimento dei costi di trasporto e di produzione. A quei tempi, di costi sociali e ambientali in pochi si occupavano. Ma allora - stiamo parlando soltanto del secolo che si è appena chiuso - almeno un'idea, sia pure discutibile, di sviluppo per il nostro paese esisteva, un'idea che doveva fare i conti con la divisione internazionale del lavoro e ci collocava al rango dei raffinatori di petrolio altrui - ma c'era anche chi scopriva l'energia made in Italy, il metano di Mattei, e ci permettevamo di fare contratti impegnativi con i paesi del sud e dell'impero del male. Eravamo produttori di acciaio non sempre speciale, fabbricanti di automobili. E non mancava un aggancio con i settori della nuova economia, accanto a Torino c'era Ivrea. Oggi nessuno è in grado di spiegarci quale sia il progetto, non diciamo di sviluppo che è termine ambiguo né di crescita che lo è ancor più, ma semplicente di collocazione dell'Italia nella divisione internazionale del lavoro. L'energia è in vendita, i francesi sono alle porte. L'automobile è sulle bancarelle dell'ipermercato mondiale, gli americani hanno già il portafogli in mano. Ivrea è poco più di una ridente cittadina del Canavese. Ci resta il prestigioso made in Italy: felpe e scarpe costruite nei Balcani, in Nordafrica e in Turchia dove il lavoro e l'ambiente non hanno prezzo, nel senso che non valgono niente. Un modello dalle gambe d'argilla, ci sarà sempre un concorrente che scoprirà un paese in cui lavoro e ambiente valgono ancor meno che niente.
E l'acciaio? L'acciaio, o ha chiuso i battenti o è passato di mano, dallo stato a Riva. E Riva - scusate la banalità - la fa da padrone. Si dice, ed è vero, che la cockeria uccide chi ci lavora e chi ha la sventura di abitarci vicino. Bisognerebbe investire soldi per rinnovare e bonificare il ciclo produttivo e l'ambiente già distrutto ma il padrone non ha soldi da sprecare.
Dunque? Intanto si fa marcire il problema fino a rendere quasi im possibile qualsiasi solizione socialmente e ambientalmente accettabile. Alla fine si chiude la cockeria e magari, come a Cornigliano, si compra il cocke all'estero, in paesi dove popolazioni, lavoratori, sindacati e ambientalisti stanno al posto loro e non ostacolano il progresso. Paesi non necessariamente del terzo mondo, ma per esempio la Germania che ha la fortuna di aver comprato la ex Ddr dove scaricare lavorazioni nocive, e dove comunque gli investimenti sui cicli produttivi più pericolosi vengono fatti. Dopo la chiusura di Bagnoli, dopo il conflitto di Cornigliano, la guerra si è spostata a Taranto dove per iniziativa del giudice si è chiusa la prima della quattro cockerie di cui è stata decretata la morte entro agosto. La ragione è semplice: i 500 milioni di euro che Riva non ha investito per ammodernare il processo e interrompere la catena di morti e tumori che falcidia operai e popolazione. Il tentativo, come al solito, è quello di mettere la popolazione e i lavoratori gli uni contro gli altri, ricattando i secondi e i loro sindacati per aumentare il potere contrattuale del padrone nei confronti di uno stato latitante. Il degrado ambientale ed economico del territorio aiutano Riva, il quale in aggiunta usa la precarietà imposta ai lavoratori per metterli a tacere e impedire la riuscita degli scioperi.
Non c'è soluzione al problema di Taranto, o di Cornigliano, se le decisioni vengono demandate all'ultimo dei padroni, fuori da un progetto, da un'idea di politica economica. La latitanza dello stato, per non parlare del governo che più che latitante è subalterno, demanda la non-soluzione di problemi come questi ai detentori del potere economico e ai giudici. Togliendo potere e parola alla collettività e ai lavoratori, magari mettendoli gli uni contro gli altri, purché non prendano coscienza del fatto che il nemico è un altro, ed è un nemico comune.