Il Manifesto 7 settembre

Taranto, time-out all'Ilva

Due tavoli di trattativa per salvare l'impianto, l'occupazione, l'ambiente. Senza numeri e senza cifre. Riva mette le mani avanti per ridurre i costi della bonifica. Gli ambientalistici temono che la salute della popolazione e dei lavoratori finisca all'ultimo posto. I sindacati si preoccupano per il futuro dei seimila precari. Si apre una stagione di conflitto

ALESSANDRO LEOGRANDE

Nell'incontro di giovedì 5 al ministero per le attività produttive che avrebbe dovuto decidere le sorti dell'Ilva di Taranto, più che un accordo è stata stabilita una tregua. Entro 20 giorni verranno attivati due tavoli per due accordi di programma separati. Il primo: un tavolo regionale ricognitivo di tutte le problematiche dello stabilimento, il cui obiettivo è di individuare le aree da risanare e l'ammontare degli investimenti che il gruppo Riva dovrà garantire. Il secondo: un tavolo presso il Commissario all'emergenza ambientale (carica ricoperta dallo stesso governatore pugliese Fitto) il cui compito è di giungere a un accordo per il risanamento ambientale dell'intera area cittadina. I fondi dovrebbero essere stanziati dalla regione, dall'Ue e soprattutto dal ministero dell'ambiente, ma "compatibilmente alla finanziaria", come ha precisato il sottosegretario all'ambiente Cesare Cursi, lasciando intravedere tutte le difficoltà di spesa del governo. Il ministro dell'industria Antonio Marzano ha inoltre stilato un comunicato in cui si invitano "tutte le parti a non procedere a atti che possano intaccare gli assetti impiantistici e produttivi fino all'apertura dei tavoli". Era quanto chiedevano i sindacati metalmeccanici, dopo la chiusura repentina di 4 delle 10 batterie della cokeria e il rilancio del ricatto occupazionale.

Ma le parti sembrano ancora distanti. Il sindaco Rossana Di Bello (Fi) mantiene una posizione contraddittoria, dice di accettare l'invito di Marzano ma intanto non ritira le ordinanze che impongono la messa a norma dell'area cokeria, né quella sull'inquinamento prodotto dalle polveri movimentate sul molo polisettoriale: un'ordinanza, cioè, che mette direttamente sotto accusa il rifornimento dei parchi minerari, parchi su cui pende peraltro un provvedimento di confisca della magistratura. Questione che, anche se non ancora affrontata, rimane centrale. Confiscarli vorrebbe dire bloccare l'intero stabilimento, ma sull'eliminazione dell'inquinamento prodotto dai parchi, l'azienda non si è mai espressa.

Per Riccardo Nencini, della segreteria nazionale della Fiom, almeno un obiettivo è stato raggiunto: "Creare un tavolo e sbloccare una situazione che andava impantanandosi. Ora però c'è la necessità che Riva investa per ristrutturare, senza aiuti ministeriali. Su questo non vediamo alternative". Ma il gruppo Riva non smorza i toni. Claudio Riva, figlio di Emilio, ha detto: "Per noi lo stabilimento è già ecocompatibile. Ci dicano cosa dobbiamo fare. Se non consideriamo l'ipotesi realistica chiuderemo gli impianti". E occorre ricordare che nei giorni scorsi Emilio Riva aveva detto: "Taranto è la metà del mio gruppo, ma c'è un altro 50% in giro per il mondo".

Ecocompatibilità degli attuali impianti? Francesco Ferrulli, dell'associazione "Galesus" che raccoglie gli abitanti del rione Tamburi, a ridosso della fabbrica, dice: "L'Oms ha steso una mappa molto dettagliata sulle morti per tumore nel quartiere. Strada per strada, man mano che ci si avvicina all'Ilva, i decessi per neoplasie aumentano sensibilmente".

Ma quanto dovrebbe investire il gruppo Riva per il risanamento? Ieri di costi e tempi di ristrutturazione non si è parlato, e avanzare delle cifre è difficile. Ma quando alla metà degli anni Novanta l'azienda fece costruire una nuova batteria, la 12, ci vollero un anno di lavori e 350miliardi di vecchie lire.

Scettico il segretario della Fiom di Taranto, Franco Fiusco: "Si è tracciato un percorso, ma per ora rimane tutto invariato rispetto al 25 di luglio, quando l'Ilva ha ritirato investimenti per 500milioni di euro. Su questo Riva deve essere chiaro: quanto è disposto ora a investire"?

Insomma, il tavolo c'è ma è tutto in salita e probabilmente richiederà momenti di mobilitazione anche dura. Parallelamente, ma fuori dal tavolo ministeriale, la Fiom ha rilanciato la trattativa per la stabilizzazione di tutti i contratti precari. Della minaccia di mancati rinnovi (già 400 in tutto lo stabilimento) giovedì non si è parlato; lo stesso comunicato ministeriale parla degli "assetti impiantistici e produttivi" ma non dei livelli occupazionali. I rapporti di lavoro rimangono sullo sfondo di entrambe le trattative che si andranno ad aprire. E se Riva non sarà disponibile a investire i soldi necessari, potrà, come sempre ha fatto, rilanciare il ricatto occupazionale.