Il provvedimento prolunga la fermata
di un altoforno chiuso per manutenzione e durerà tredici settimane,
dopodiché il personale sarà probabilmente reintegrato
Ferriera, cento lavoratori
in cassa integrazione
Dura la reazione dei rappresentanti dei
lavoratori: «Scelta estremamente grave, un atto strumentale»
L’azienda punta l’indice sulla «situazione
di incertezza dovuta all’accordo di programma che ha provocato l’assenza
di ordini per lo stabilimento»
Cento lavoratori in «cassa»
alla Ferriera, a partire dal 7 ottobre, per 13 settimane. Il provvedimento
riguarderà probabilmente personale dell’acciaieria e dell’altoforno,
che da oltre un mese sono fermi.
La doccia fredda è
arrivata ieri pomeriggio con un fax dell’Associazione industriali, inoltrato
a tutte le sigle sindacali. «Si tratta di cassa integrazione ordinaria,
che quindi implica il rientro dei lavoratori» ha subito cercato di
sdrammatizzare Francesco Semino a nome del gruppo Lucchini, titolare dell’impianto
siderurgico. Ma i rappresentanti dei lavoratori hanno subito criticato
la decisione della società.
A iniziare dalla Uilm che
definisce la scelta «estremamente grave». «E’ la prima
volta - rileva Sergio Pisano - che la Lucchini dichiara, da quando si è
aperto il tavolo istituzionale, una situazione negativa del mercato siderurgico,
ovvero una crisi di mercato». «E’ un atto strumentale - aggiunge
- rispetto a quella che è la situazione di indeterminatezza in cui
grava lo stabilimento di Servola da quando è stato presentato il
piano di dismissione del governo. Un progetto che la Uilm, insieme a tutte
le sigle sindacali, esclusa la Confsal, hanno giudicato negativamente».
«Per noi - spiega Pisano - è invece una crisi dettata dalle
scelte politiche che si sono fatte, e che si stanno facendo per lo stabilimento.
E a pagarle sono i cento lavoratori».
Allarme anche alla Confsal,
la sigla sindacale che peraltro aveva approvato il piano di dismissione
della Ferriera ipotizzato da Roma. Ma ora il clima è cambiato, e
anche il sindacato di Centrodestra chiede un incontro urgente con l’assessore
regionale all’Industria Sergio Dressi.
La replica della Lucchini
è come acqua sul fuoco. Innanzitutto, il gruppo bresciano ricorda
come la fermata dell’acciaieria e di un altoforno ad agosto fosse dovuta
«a ragioni di ferie». «E inoltre - aggiunge il portavoce
del gruppo Francesco Semino - avevamo già detto all’incontro di
Roma con il governo che avremmo prolungato questa fermata in attesa di
vedere gli sviluppi sull’accordo di programma. Adesso abbiamo messo le
mani avanti, perché se la fermata durerà di più, ci
sono i tempi tecnici per chiedere la cassa integrazione ordinaria, che
presuppone comunque il rientro dei lavoratori». La Lucchini si dice
quindi pronta a far ripartire la produzione «qualora non ci fossero
le condizioni per un accordo di programma».
Semino cita inoltre «la
crisi di mercato», cui va ad aggiungersi a Servola «la situazione
di incertezza, dovuta all’accordo di programma» che ha generato l’assenza
di ordini per lo stabilimento di Trieste.
Secondo l’azienda, insomma,
si tratta di una reazione a catena: l’accordo di programma del governo
ha creato incertezza, che a sua volta ha fatto fermare gli impianti, i
quali ora sono senza ordini e non possono ripartire a breve.
Alessio Radossi