Perché costruire un
nuovo megaterminal contenitori al posto della Ferriera, se già oggi
il Molo VII segna un calo dei traffici del 4 per cento, e non è
nemmeno in grado di raggiungere il 50 per cento delle sue potenzialità?
Se lo chiede l’Associazione industriali di Trieste che per bocca della
sua presidente Anna Illy ieri ha espresso non poche perplessità
su alcuni aspetti del piano di riconversione dello stabilimento siderurgico
di Servola, durante il tradizionale bilancio di fine anno. Un resoconto
compiuto a Palazzo Ralli, sede dell’assindustria provinciale, caratterizzato
da parecchie ombre e poche luci, complice la situazione internazionale,
e dal quale emerge una città in declino soprattutto nel settore
del commercio e portuale.
Ma gli imprenditori hanno
la loro ricetta salva-crisi: serve un marketing territoriale efficace che
permetta di rilanciare Trieste in tutti i suoi comparti. E deve essere
uno sviluppo «equilibrato e condiviso - rimarca la Illy - fatto di
un mix fra industria, commercio, turismo, ricerca e portualità».E
proprio su quest’ultimo aspetto la presidente degli industriali esprime
forti perplessità sulla riconversione dell’area attualmente occupata
dalla Ferriera, che da qui al 2010 dovrebbe concretizzarsi in una piattaforma
logistica, un distripark e una termocentrale a metano. E se da un lato
si apprezza il piano di «reindustrializzazione» coordinato
a livello locale dall’assessore regionale all’Industria Sergio Dressi,
dove per la Illy la cosa più importante è il mantenimento
dei livelli occupazionali dello stabilimento e nell’indotto, molto più
confusa agli occhi degli imprenditori giuliani appare la realizzazione
della piattaforma logistica, ovvero quello che è già stato
ribattezzato il «Molo Ottavo». Un terminal container che dovrebbe
avere un potenziale di 960 mila teu annui, il doppio delle capacità
del Molo Settimo. «Questa ipotesi di insediamento - avverte la presidente
dell’assindustria - desta perplessità in quanto già il terminal
attuale è in crisi, e quest’anno ha raggiunto appena 176 mila teu.
E poi, più in generale, la situazione in porto appare poco chiara
e perciò ci preoccupa». I timori all’assindustria stanno crescendo
anche per quanto attiene il commercio cittadino, in evidente affanno come
dimostrano gli allarmi lanciati dai negozianti sulla flessione delle vendite
natalizie.
Gli imprenditori citano
alcuni dati, riferiti però al 2001, dove viene evidenziata la chiusura
di 71 esercizi commerciali a Trieste. Non ci sono elementi per il 2002,
anche se non è difficile immaginare che il trend negativo continui.
Pessimismo anche sul fronte delle aziende dell’area Ezit, a causa della
mancata perimetrazione, nonché delle incertezze sulla bonifica delle
aree inquinate come l’ex Aquila.
Ma non ci sono solo note
dolenti nel bilancio 2002 di Palazzo Ralli. Negli ultimi dodici mesi si
registra infatti un incremento delle nuove imprese industriali. Ben 39
sono infatti le nuove aziende sorte a Trieste nel 2002, per circa 450 nuovi
posti di lavoro, prevalentemente distribuiti nel settore dell’industria
meccanica e nei servizi alle imprese.
E se la stessa associazione
si sta modernizzando, offrendo servizi in rete sempre più precisi
agli iscritti, chiara appare la sua posizione sulla regionalizzazione del
Frie (il Fondo di rotazione per le iniziative economiche), oggetto di un
nuovo assetto organizzativo e operativo. «E’ uno strumento importantissimo
- evidenzia il vicepresidente Mauro Azzarita - e l'obiettivo è includere
fra i beneficiari anche le grandi imprese. Chiediamo inoltre un Comitato
tutto tecnico. Ovvero, se deve essere politico, i suoi membri dovrebbero
essere prescelti secondo criteri di professionalità e onorabilità,
un po’ come avviene per gli istituti di credito».
Alessio Radossi