Non ce l’ha fatta. Claudio Casaburi, 23 anni, l’operaio della Ferriera
rimasto ferito in un infortunio sul lavoro alla vigilia di Natale, è
morto nella tarda mattinata di ieri dopo un’agonia durata tre giorni. Morte
cerebrale, l’hanno definita i medici del reparto di rianimazione di Cattinara.
Ma il suo cuore continuerà a battere nel petto di un’altra persona.
La famiglia ha infatti autorizzato l’espianto degli organi. Alle 19 di
ieri è iniziata «l’osservazione» da parte dei medici
della commissione. Poi dopo l’ok è cominciato l’espianto vero e
proprio. Gli sono stati prelevati anche polmoni, fegato e reni.
Nell’infortunio Casaburi aveva riportato un terribile trauma cranico
con frattura dell’osso occipitale. Dall’altro giorno è sempre rimasto
in stato di coma irreversibile. A nulla sono valsi gli sforzi dei medici
della rianimazione. In questi tre giorni l’uomo non ha mai ripreso conoscenza.
Claudio Casaburi, addetto alle macchine dei forni della cokeria, poco
prima delle 9 di martedì era uscito dalla cabina del mezzo che stava
guidando per pulire il vetro di protezione che gli impediva di vedere all’esterno:
sul vetro si era infatti depositata una fitta coltre nera. A un certo punto
- secondo i primi accertamenti eseguiti dagli agenti della squadra volante
- l’operaio che era uscito è stato investito da un carrello in movimento.
Un urto tremendo: Claudio Casaburi è stato schiacciato contro un
tubo di pressione. Il carrello lo ha colpito tra il collo e la base cranica.
Sul posto sono subito intervenuti i sanitari del 118 che hanno trovato
il giovane in arresto cardio-respiratorio. Hanno tentato di rianimarlo
sul posto per oltre mezz’ora, e successivamente lo hanno trasportato all’ospedale
triestino di Cattinara. Ma purtroppo non c’è stato nulla da fare.
Nel mese di settembre dello scorso anno un altro operaio era morto
stritolato dagli ingranaggi del nastro che trasporta i minerali fin dentro
l’altoforno della Ferriera. Si chiamava Paolo Serri, 38 anni. La sua fine
è stata orribile. Un anno prima un altro operaio kosovaro Lirim
Nevzati era morto trascinato dai rulli della macchina caricatrice del carbone.
Per la «Sasa Assicurazioni» la sua vita era stata valutata
6715,94 euro. Poco più di 13 milioni di vecchie lire. Questa la
somma che nello scorso ottobre era stata messa a disposizione da un liquidatore
della compagnia. La società proprietaria dell’impianto di Servola
che fa parte del gruppo Lucchini, aveva invece offerto ai familiari dell’operaio
morto 500 milioni di vecchie lire attraverso una polizza delle Generali.
La tragedia verificatasi alla Ferriera ha provocato anche la reazione
di esponenti politici e sindacali. Il responsabile lavoro regionale di
Rifondazione comunista, Sergio Facchini, in una nota ha chiesto l'intervento
della Regione, del Comune di Trieste e dell'Inail per garantire la sicurezza
dei lavoratori. Facchini accusa l’azienda: «Nella precipitazione
con cui Lucchini e i suoi soci spingono per liberarsi dalla scomoda zavorra
dell’impianto siderurgico e per ottenere in cambio libertà di azione
nello sviluppo della centrale elettrica e della piattaforma intermodale,
il destino dei lavoratori di Servola è messo a rischio, sia per
quanto riguarda la continuità dell’occupazione, sia per la sicurezza».
Pesante l’accusa lanciata dall’esponente di Rifondazione alla proprietà
dello stabilimento: «La catena degli incidenti si allunga ancora
anche perché evidentemente non c’è controllo adeguato sul
rischio delle operazioni e sui ritmi a cui gli addetti sono sottoposti.
Rifondazione comunista – conclude Facchini – chiede che si volti pagina
e che le richieste più volte avanzate dai lavoratori, dal Forum
della Ferriera, da tutti i sindacati abbiano immediatamente una risposta».
Critico anche Giulio Frisari, per la segreteria provinciale Snalm-Confsal:
«Ci si domanda come sia possibile oggi rischiare la vita per la pulizia
del vetro della propria cabina di lavoro, quando forse con l’adozione di
un tergicristallo, con la spesa di pochi euro, si eviterebbero tragedie
simili. La sicurezza non può rimanere una parola astratta in uno
stabilimento a rischio come la Ferriera».