Partito della Rifondazione Comunista
Dipartimento delle Politiche Industriali
 
 
UN CASO DI SCUOLA A TRIESTE:
L’ACCIAIERIA DI SERVOLA E IL FORUM FERRIERA
 
di Bruno Casati
Responsabile Nazionale Dipartimento Politiche Industriali
 
 

La possibile dismissione della Ferriera Servola pone Trieste dinanzi ad un bivio. Prima strada al bivio: difendere l’acciaieria, rendendola però compatibile con il territorio. Via alternativa, consentire che essa venga dismessa per, dopo bonifica, avviare l’area verso un destino diverso rispetto alla attuale produzione di acciaio. Sul bivio si è posto, “domandando e ascoltando”, il Forum Ferriera, interessantissimo luogo di lotta e di inchiesta in cui oggi si stanno incontrando associazioni, comitati, i sindacati e i partiti della città, come i Verdi e Rifondazione Comunista. Tutti i soggetti del Forum si interrogano, appunto, sulle due questioni: il “come produrre”, nell’ipotesi si imbocchi alla Ferriera la via dell’ambientalizzazione di una produzione che, innovata, resti; o, in alternativa “al produrre”, domandarsi “il cosa  fare” sull’area. Oggi si tratta di scegliere. La discussione avviata nel Forum è tutta qui: ragionare della missione Trieste.
Un caso concreto, per la città e, anche, un “caso di scuola”. Una prova di alto livello per il Forum (e  per i comunisti).

Ci si deve misurare innanzi tutto con un dato di fatto. Oggi, e ovunque, gli stabilimenti siderurgici vengono traguardati non solo sulle quantità e sulle qualità del prodotto ma, anche, sul carattere del “ sottoprodotto emissioni nocive” rilasciato, particolarmente, dagli stabilimenti a ciclo integrale con altoforni con convertitori ad ossigeno. In Italia questi stabilimenti sono 4 e si trovano a Taranto, Genova, Piombino e, appunto Trieste e, quindi, si trovano affacciati su alcuni dei più bei golfi della penisola. In questi stabilimenti l’innovazione – in ricerca, ingegneria di progetto, adattamenti impiantistici, investimenti a monte e monitoraggio a valle – è data dagli interventi di compatibilizzazione prodotto/sottoprodotto, stabilimento/territorio, lavoro operaio/salute (quella dell’operaio e quella del cittadino).E, questa innovazione, può essere perseguita solo dai paesi più industrializzati che, possedendo saperi e tecnologia, li possono sperimentare sui loro impianti senza trasferire gli stessi laddove la salute, il territorio e il lavoro operaio non costituiscono, purtroppo, un valore. E’ la via, questa da conquistare, delle produzioni industriali pulite che, in Italia, si stenta però ad imboccare. Non c’è, per ora, una “via italiana all’acciaio pulito”, malgrado le pressioni in questa direzione esercitate da molti enti locali e dalle Organizzazioni Sindacali. Due le ragioni: da un lato il Governo, questo e i precedenti, che da almeno vent’anni disinvestono dalle grandi produzioni industriali e, anzi, offre (il Governo di oggi) rifugio, all’industriale che dismette,  nelle occasioni profittevoli delle utilities pubbliche privatizzate. Dall’altro, questo padronato – in Italia il settore è completamente privatizzato e lasciato, oltretutto, senza direttive  (non c’è più nemmeno la CECA in Europa) – che tende a non investire in innovazione ed è attratto o dalla traslazione dei suoi  stabilimenti in “quegli altrove” senza leggi e Sindacati o, se resta in Italia, è attratto da quei “core business” senza costi e rischi, che questo Governo, appunto,  gli sta offrendo sotto forma di  centrali elettriche e autostrade. Ciò malgrado, il settore resta interessante: esporta tuttora per 26 milioni di tonnellate/anno ed importa per 32. La domanda quindi supera l’offerta. Abbandonare il settore – dopo la chimica, ieri, e l’auto, oggi – sarebbe errore grave, da paese colonizzato. Ma l’Italia lo sta commettendo.

Riva e Lucchini sono i gruppi leader di questo settore in Italia. Riva, anzi, è il secondo produttore europeo dopo il colosso transnazionale Arcelor. Lucchini, su basi invero minori, compie un balzo, diventando leader dei prodotti lunghi speciali, quando entra nella tecnologia (che era esclusiva delle PPSS) del ciclo integrale e acquisisce prima Piombino, storica ferriera che nasce come “Perseveranza” addirittura nel 1865, e poi, nel ’95, quando acquisisce  “Ferriera e Altoforni di Servola”, e passò per salvatore dell’occupazione scambiando il suo ingresso in Trieste con la possibilità sia di costruire una centrale di cogenerazione, che di mettere le mani sulle banchine. Lucchini vedeva lungo.  Oggi costoro (Riva e Lucchini), senza alcun vincolo programmatorio né italiano né europeo, stanno rispondendo più o meno così alle richieste di quell’innovazione con cui li incalzano operai e cittadini: “resto ma non investo, se mi si obbliga a farlo me ne posso anche andare altrove, oppure me ne esco del tutto dall’acciaio, chiudo baracca e (Lucchini a Trieste ma anche Riva a Taranto) salto nell’affare porti e banchine o , ancora meglio, nella produzione di chilowattora”. Il terreno del resto è seminato: dalla privatizzazione alle dismissioni, dalla competizione di qualità al mercato protetto. Un classico del padronato italiano. In questo contesto Lucchini si colloca con una sua specificità aggiuntiva in negativo perché, se il gruppo mantiene tuttora una collocazione discreta sul piano produttivo, pur nella contrazione passeggera di un mercato che in ogni caso prevede sviluppi, esso (il gruppo)manifesta invece preoccupanti segnali di difficoltà sul terreno finanziario dove, l’indebitamento pressoché raddoppiato e la restituzione che si prefigura a breve di prestiti senza rating, lo possono orientare o mettere mano al portafoglio (difficile)o al taglio degli stabilimenti, e Lucchini ne ha ben 26 tra Italia, Francia e Polonia. La Ferriera di Servola va vista in questo quadro: collocata in bilico tra rilancio e chiusura. Ma la bilancia pende verso quest’ultima soluzione, con il rischio però che Lucchini sprema la Ferriera e le sue maestranze ricattate  e poi la abbandoni con la prospettiva di un altro affare remunerativo, già preparato nel non lontano ’95.

 A Servola la questione è perciò molto semplice da porre, molto difficile da risolvere. O difendi l’acciaio o cambi profilo: tutto qui. Detto meglio: o difendi la produzione ma, dentro un progetto in cui si incontrino l’interesse di Lucchini e del Governo a produrre in un piano di interventi certi di compatibilizzazione stabilimento/territorio, oppure si progetta l’alternativa. Le prime risposte si stanno allineando. Il Governo non crede nello stabilimento, così come non ci crede l’attuale Sindaco di Trieste Di Piazza (e non ci crede nemmeno il centro-sinistra) che ipotizzano, tutti, l’abbandono del sito dal 2009, pensando a una città del commercio e del turismo. Dal canto suo il Lucchini, stretto oggi anche dalle sue difficoltà, non farà certo investimenti di suo su un sito lasciato senza prospettive. E non appare il “che fare” alternativo all’acciaio, se non in fumosa propaganda.  Insomma, non siamo ben messi. Quel che appare, invece, è un transitorio senza obiettivi: dall’acciaio verso il nulla.E’ la certezza del degrado progressivo di una fabbrica che verrebbe  lasciata marcire per altri 6/7 anni, con ricadute sempre più feroci sull’ambiente e sui ,lavoratori. Per fare sintesi ritorniamo però al bivio originario (o acciaio o altro) per dire: a Trieste la prima via oggi apparirebbe preclusa, seppure bisogna insistere sulla qualità prodotto/sottoprodotto da perseguire,  progettando e investendo (Governo e proprietà) per non privare il Paese di uno degli ultimi settori in cui l’Italia compete veramente; la seconda è aperta ma lo è in più direzioni, dal degrado senza idee, al progetto sbagliato, come potrebbe essere quello di un polo energetico che riproporrebbe, anche se con centrali a metano, la questioni delle emissioni (sulle quali si sarebbe girata pagina abbandonando la Ferriera) senza nemmeno uno scambio occupazionale alla pari. Ciò detto,  quale sarebbe invece il progetto giusto se non passa il rilancio dell’acciaio (che, se non lo si è capito, sarebbe il progetto più giusto, almeno nell’opinione di chi scrive)?

Siamo al classico nodo del “cosa e per chi”. Il caso di scuola appunto, secondo cui il progetto giusto potrebbe configurarsi nella ideazione di un “sistema integrato della qualità”  in cui si incontrino più esigenze. Quella  derivante  dal passaggio per Trieste del famoso 5° Corridoio – ma non è detto che ciò avvenga- con quella  dell’approdo di un terminale di una “autostrada adriatica” che  movimenti via mare trasporti commerciali, disintossicando strade e ferrovie. Sistema da studiare e l’Università può essere il luogo di eccellenza per questo, ma vanno ricostruite le condizioni distrutte anche dai tagli della Finanziaria sul “sincrotrone” e dal precariato intellettuale della ricerca di Patriciano, L’area Ferriera, bonificata su questo fine, diventi perciò approdo e polo logistico di un sistema europeo di interscambi Nord/Sud e viceversa, Est/ovest e viceversa. Il che vuol dire anche una diversa caratterizzazione non solo della Ferriera ma anche del porto e delle banchine. Il tutto diventa sistema componendosi, il commercio e la logistica, con la ricerca da riqualificare, e quindi con  l’Università,  e anche con il turismo – ma non con la speculazione come si pensa di fare nell’area dell’ex cantiere navale di Muggia - e con la piccola e media imprenditoria che verrebbe richiamata dalle infrastrutture di qualità. E si ricomponga con il porto, potenzialmente molto forte, ma assolutamente trascurato. E con il Cantiere. Questa potrebbe essere la “nuova missione Trieste”, in rapporto alla quale: formare (o riconvertire) operai e tecnici del sistema; bonificare le aree, in funzione però di un progetto e non al buio: dismettere gli impianti, ma armonicamente al crescere del progetto; utilizzare i Fondi Strutturali Europei e attivare le leve del credito; costruire un’Agenzia di regia, come si è fatto a Sesto S. Giovanni con le aree Falck . Una cosa occorre oggi: programmare la missione Trieste, come città di un lavoro di qualità e città della qualità della vita. Eccellenza nel lavoro ma anche nei servizi e nella produzione culturale. Non Città Mostra di quel che non si fa, ma città attiva. Programmare, pianificare, dotarsi di un “tavolo di regia”: Trieste diventi attrattiva. E la programmazione esige certamente l’intervento pubblico ma esige soprattutto una visione imprenditoriale che, finalmente, sappia abbandonare quella comoda posizione di rendita assistita che è già costata la perdita dei cantieri navali. Si attivi invece un grande concorso di idee.
C’è questo da fare e non è poco. Una cosa però la dobbiamo impedire, nel Forum e con il Forum: che la missione Trieste diventi la Missione Lucchini che,  del resto, mentre imbrattava e precarizzava, aveva già messo le mani sui business collegati allo stabilimento (ex cantieri navali, Sertubi, centrale di cogenerazione, banchine). E, oggi, può cogliere l’attimo per chiudere il cerchio, oltrechè per chiudere Servola. La missione Trieste è alternativa: qualità del lavoro e qualità della vita. Avanti con i fatti.