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FRONTE DEL PORTO - GENOVA
Il
fallimento del sistema porto, in Italia, è evidente. Non può essere imputabile
alla crisi economica che sta attraversando l’Europa e il nostro paese, ma alla
privatizzazione della portualità voluta negli anni 80/90. Dopo dieci anni di totale deregolamentazione La legge
84/94 ha cercato di disciplinare una riforma che è servita per “normalizzare”
un’anomalia che vedeva, i “Consorzi Autonomi” (oggi Autorità Portuali) gestire
banchine e infrastrutture e le Compagnie Portuali le uniche titolate a fornire
la forza lavoro nei porti. La
privatizzazione ha di fatto comportato l’esclusione delle Autorità Portuali,
dalla gestione e programmazione dei porti, aumentando il potere delle aziende
terminaliste e armatoriali, a discapito del pubblico interesse, con concessioni
demaniali basate non su progetti di sviluppo ma assegnate in base alla forza
del gruppo di potere che rivendica gli
spazi operativi. In questo scenario, si
colloca la difficoltà delle ex compagnie portuali nel controbattere questa
politica. In questi anni, sotto una forte pressione politica e padronale e in
un isolamento spesso voluto, le ex compagnie portuali hanno visto indebolire
fortemente il proprio ruolo e di riflesso la gestione del salario, dell’orario
e della sicurezza. Obbligate a trasformarsi in inprese Sotto
questa spinta, per sopravvivere, hanno
cercato forme di gestione di vario tipo.
Oggi si evidenzia il fallimento di questa scelta, tariffe in concorrenza
tra porto e porto,(in molti casi tra terminal nello
stesso porto) contrazione dei salari e della forza lavoro, mobilità e
flessibilità totali. Il nostro è un paese frontaliero con 8.000 Km. di coste,
un’enorme banchina sul Mediterraneo, condizione che nessun altro paese europeo
può avere. Sono anni che le ex compagnie portuali operano con grosse difficoltà ed
incertezze ma hanno garantito, sulla loro pelle, la competitività dei porti
italiani dove chi ha la concessione scarica su di esse
la flessibilità del lavoro, e cioè quando c’è un carico enorme di lavoro le ex
compagnie devono coprire i picchi, e quando manca , non c’è il mancato
avviamento che garantisca un minimo salariale ai lavoratori. Oggi
siamo al punto, non più rinviabile, che
i lavoratori trovino un momento di riflessione e di lotta comune che deve
portare ad un nuovo modello, ad un nuovo sviluppo portuale. La vicenda giudiziaria che investe il
porto di Genova, sancisce che un periodo storico è terminato, tutti i
protagonisti si devono fare da parte,rappresentano un porto che non c’è più e
che non vogliamo. Le Compagnie assomigliano sempre più
ad imprese e sempre meno a soggetti autogestiti. L’autogestione dei lavoratori
portuali e sempre stata una spina nel fianco per qualcuno, per noi è sempre
stata una bandiera che ha sventolato con orgoglio sulle calate portuali. Il
risultato di questo lungo periodo per noi è stato, oltre alla spartizione e
occupazione selvaggia delle banchine pubbliche: 1- Aumento della precarietà lavorativa; 2-
Lavoratori che hanno penali economiche e “rischio di impresa “; 3-
Lavoratori senza un contratto certo; 4- Condizioni lavorative diverse su tutto il territorio nazionale. I lavoratori devono riflettere come possono
questi gruppi dirigenti riuscire ad invertire una tendenza che ci vede ormai da
una ventina d’anni combattere tenacemente e senza sosta per la difesa del
diritto al lavoro. Da anni ci dicono che questo non è assolutamente vero che
bisognava farlo per stare sul mercato, ci stordiranno con le loro teorie
economiche portuali, ma ormai il re è nudo. Loro
difendono queste Compagnie, noi difendiamo la dignità e la sicurezza dei lavoratori
perché loro e solo loro sono le Compagnie. Quale
portualità vogliamo Bisogna mettere in campo tutta la
nostra capacità per organizzare un’opposizione a questo modo di concepire il
sistema porto, elaborare un progetto che superi le attuali anomalie e riporti
il demanio portuale nelle mani della collettività. Ci deve essere una volontà reale di voltare
pagina, il sindacato deve tornare ad
essere attore principale per la contrattazione di regole, orari, salari. Ognuno deve fare la propria parte ricoprendo
il ruolo che politicamente gli è assegnato.
Noi rivendichiamo, com’è stato storicamente, lo svolgimento del lavoro
portuale nella sua globalità. Rigettiamo
la logica dettata dalla legge nella quale le compagnie devono scegliere tra
“società di servizi” o “pool di manodopera”, non concepiamo la frammentazione
del ciclo portuale a favore di soggetti esterni che portano esclusivamente
instabilità e incertezza occupazionale.
Noi vogliamo attivamente partecipare al superamento del modello porto esistente,
mettendo sul tavolo della discussione proposte ed idee che permettano di
traguardare un’organizzazione portuale diversa. Per questo ragioniamo su una
rivisitazione della legge 84/94 che permetta ai lavoratori portuali di
riacquistare dignità e sicurezza del lavoro. Vogliamo mettere sul tavolo alcune
semplici proposte, per un porto e una portualità diversa: -
Compagnie
Portuali Le ex compagnie portuali devono essere inserite nei
servizi d’interesse generale come gli ormeggiatori, rimorchiatori e cioè l’art.15. -
Salario
di mancato avviamento Il salario di mancato avviamento deve
essere pagato dalla merce imbarcata, sbarcata, spostata all’interno dei porti. Crediamo sia profondamente sbagliato
che oggi lo debba pagare l’INPS, e
quindi lo stato, attraverso le forme di cassa integrazione straordinaria. I lavoratori delle compagnie operano
principalmente nei “picchi di lavoro” , crediamo che con questo sistema i padroni siano disincentivati ad utilizzarli
in maniera continuativa, intanto qualcuno paga “lo stato”e perciò i cittadini e non loro. Con un mancato
avviamento pagato dalla merce , avrebbero interesse ad utilizzare questi
lavoratori. In un periodo in cui la politica vuole diminuire la spesa pubblica,
non dovrebbero esserci “resistenze” a sgravare l’ INPS dall’ erogare denaro
pubblico per la CIGS. Crediamo che da questo fondo che si
verrebbe a creare debbano attingere oltre alle ex compagnie portuali, anche i
dipendenti dei terminal come da un fondo di solidarietà per le problematiche
legate, ad esempio, agli infortuni sul lavoro, rimborso spese mediche, per il miglioramento della sicurezza, etc.. -
Autoproduzione
E’ prevista, di fatto, nella bozza di
riforma della legge 84/94 con un aumento delle tabelle d’armamento delle navi. Noi crediamo che l’ autoproduzione
debba assolutamente essere eliminata, questo principio bocciato in Europa dalla
lotta dei lavoratori portuali e dall’ UE non
deve rientrare dalla finestra in Italia con la complicità della politica
e dei sindacati. -
Costo
del lavoro Vogliamo trovare soluzioni adeguate
per garantire un salario adeguato ai lavoratori delle ex compagnie. Oggi sono
l’anello debole del sistema porto, dobbiamo riportare sicurezza occupazionale
tra i lavoratori favorendo un ritorno ad un’autogestione vera, non più ostaggio della logica di mercato ed
impresa, libera dalla contrattazione schiacciata dal ricatto dei privati. In questa logica ribadiamo il ruolo pubblico
che hanno le ex compagnie all’interno del porto nazionale. Riteniamo che vadano presi in esame
alcuni modelli operativi del nord Europa in cui situazioni d’equilibrio tra
dipendenti diretti e pool di manodopera sono la norma e si fondano su un
attento dosaggio tra professionalità elevata e garanzia di consistenti
retribuzioni tali da disincentivare, oltre lo stretto necessario, l’assunzione
di personale alle dipendenze dei terminal, e senza inficiare per questo
indicativi tassi d’occupazione. Per uscire da questa crisi si deve
affrontare il problema principale, la mancanza di una contrattazione del costo
del lavoro nazionale. Da quanto tempo non si stabilisce un
aumento dei salari come, sebbene a fatica, si raggiunge in tante altre
categorie?
Bisogna ricostruire un percorso
sindacale dove le OO.SS.e i lavoratori lottino per una tariffa nazionale sul
costo del lavoro, ognuno deve ritornare a ricoprire il proprio ruolo, per
troppo tempo si è delegato ad altri la contrattazione salariale. -
Concessioni
demaniali Le banchine pubbliche devono essere
gestite da una società formata al 51% dall’ Autorità Portuale e il resto diviso
in parti uguali tra i privati. Questo permetterebbe di evitare l’occupazione e
le distorsioni che emergono oggi dalla vicenda giudiziaria Genovese,
permettendo a chiunque di poter sbarcare/imbarcare merce nel porto avendo spazi
commisurati al traffico che sviluppa in quel momento. Si eviterebbe la
possibilità ad uno stesso terminalista di possedere terminal in diversi porti Italiani, questo può determinare forme di ricatto
spostando da un porto all’altro i propri traffici, e di dare la concessione ad
un solo terminalista di un porto intero, salvaguardando il libero mercato.
Lottiamo
per un porto dove il lavoratore e la sua professionalità sia merce importante,
un porto dove sia bello lavorare.
DE
MÄ – TRASFORMAZIONE O DECLINO scritto
e diretto da Pietro Orsatti con la produzione di SenzaMedia – progetto collettivo
di comunicazione e la collaborazione di Arcoiris.tv http://filmdema.blogspot.com/search/label/il%20film Genova
20/02/08 frontedelporto@gmail.it |