IL PORTO DI TRIESTE: DI TUTTO E DI PIU’

 

Attraverso il questionario proposto da Rifondazione Comunista i lavoratori hanno evidenziato una realtà del lavoro portuale molto diversa dalla rappresentazione che solitamente viene data.

 

Quasi un trenta per cento degli intervistati ha dichiarato di lavorare senza l’applicazione del contratto nazionale. Le domande specifiche sulle voci della busta paga evidenziano che anche l’applicazione del contratto nazionale non è proprio così completa e generalizzata. Risultano insufficienti secondo i lavoratori i controlli e le ispezioni per la sicurezza sul lavoro e il 65% dichiara di aver subito infortuni da lievi a gravi. Il 60% giudica pericoloso o pesante il proprio lavoro e il 90% non ha visto alcun miglioramento economico, superano il 40% i lavoratori che stanno sotto ai 1000 euro al mese. I sindacati, presenti alla conferenza stampa di illustrazione dei dati raccolti, hanno denunciato la precarietà del 60% degli addetti utilizzando l’occasione per riconfermare i punti critici del lavoro in porto.

 

La prima risposta, neanche troppo indiretta, è arrivata dal Consorzio Fornitura Servizi (16 cooperative con 700 lavoratori) che ha denunciato una situazione negativa dei carichi di lavoro dichiarando 200 esuberi (licenziamenti, anche se sarebbe meglio definirli perdita della “possibilità” di lavoro). Succede spesso così! Invece di affrontare il tema del salario e dei diritti chi gestisce il mercato della manodopera mette in discussione il lavoro stesso. Il messaggio è sempre lo stesso dall’industria al porto, dai servizi alle cooperative:” Accontentatevi di averlo il lavoro…”

 

L’Autorità Portuale di fronte alla conferenza stampa dei sindacati ha dichiarato che si tratta di controllare il rapporto tra concessioni e  traffici. Si è ben guardata dall’affrontare i temi della precarietà, dei bassi salari e della sicurezza, rilanciando i grandi progetti della piattaforma logistica e dell’allungamento del molo VII come soluzione finale e totale.

 

Dalla stampa apprendiamo che il molo VII potrebbe raggiungere i 700.000 teu di movimentazione COSI’ COME STA e invece non raggiunge i livelli del ’97 ultimo anno di gestione pubblica dell’ APT. (207.000 teu)

 

Nel porto si concentrano tanti interessi diversi, non è detto che i guadagni e i miglioramenti dovuti all’aumento dei traffici si distribuiscano automaticamente tra tutti gli operatori. C’è chi guadagna dalla precarizzazione del lavoro e ci sono i lavoratori a rimetterci.

 

La direttiva dell’Unione Europea con l’introduzione dell’autoproduzione e dell’autoassistenza nei porti di fatto riconosce agli armatori la possibilità di utilizzare non più il personale di terra ma quello navigante per l’imbarco e lo sbarco delle merci, impoverendo il lavoro portuale, abbattendo i livelli di sicurezza e non tenendo conto delle professionalità consolidate dei portuali.

Questa liberalizzazione mette in pericolo le attività produttive che verrebbero indebolite e squalificate. L’opposizione a queste direttive, un’attenzione alla sicurezza, una reale e generale applicazione del contratto nazionale, una stabilizzazione dei rapporti di lavoro sono le basi sulle quali deve poggiare un reale rilancio del porto.

Commissione Lavoro

Federazione di Trieste

RIFONDAZIONE COMUNISTA

 

s.i.p. Trieste 10 gennaio 2006