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luglio 2009 Shiopping on Line Secolo XIX porti
italiani : lavoro,
a venezia prove di riforma Il modello Venezia per
ora scontenta un po’ tutti, sindacati e imprenditori. Ma è molto probabile che
si partirà da qui per costruire il nuovo sistema di organizzazione del lavoro
sui moli di tutta Italia. Venezia una sorta di prova generale della riforma
nazionale? Paolo Costa, presidente dell’Autorità portuale, lascia capire che
potrebbe essere così: «Le bozze di riforma che ho visto io, in effetti, sono
molto simili a quanto stiamo sperimentando qui, anche se non c’è stato nessun
accordo. D’Altronde la regola aurea per fare le riforme è proprio scontentare
un po’ tutti...». È quello che è successo
a Venezia. Gli scontri, le riflessioni, anche le polemiche che da circa un mese
animano i moli veneti potrebbero quindi essere quelli che, amplificati, presto
potrebbero coinvolgere l’intero panorama nazionale. Domani a Genova, a Palazzo
San Giorgio, il senatore Luigi Grillo illustrerà le ultime ipotesi di riforma
della legge sui porti, l’84/94, nel corso di un convegno organizzato dalla
Cisl. Per ora, il papà della riforma che deve arrivare si mantiene prudente:
«Non faremo una legge per riaccendere lo scontro sociale sulle banchine. Ma
sarà una riforma che dà fiducia ai privati, ai terminalisti, allo loro capacità
di investire». Per ora, i sindacati
restano diffidenti. «L’ultima bozza che ho visto io e che risale a ieri sera -
spiega Massimo Ercolani, responsabile nazionale dei porti per la Filt Cgil - è
molto simile al modello veneziano. Sembra quasi che la riforma voglia sanare
una situazione di fatto, presente in molti porti oltre che a Venezia, niente
affatto corrispondente alla legge nazionale. Un modello che incentiva il lavoro
in appalto e la frammentazione delle aziende che operano in ambito portuale.
Non si rilanciano i porti italiani risparmiando sui salari dei lavoratori: è
sbagliato, oltre che ingiusto».
Sui moli veneti,
infatti, operano una moltitudine di società cui i terminalisti appaltano gran
parte del lavoro. Esiste poi una ex compagnia portuale, la Nuova Clp, con più
di 100 lavoratori, che fornisce anch’essa la manodopera ai terminalisti e,
inevitabilmente, entra in conflitto con le altre società cui viene dato lavoro
in appalto. Ma mentre le altre società forniscono lavoro, mezzi e di fatto
gestiscono da sè un pezzo del ciclo portuale, la Nuova Clp fornisce solo
manodopera. «La nuova organizzazione voluta da Paolo Costa ben venga se
definisce regole chiare sul chi fa cosa, altrimenti ci si ruba il lavoro uno
con l’altro. Ma se non esistono sanzioni per chi sgarra, allora tutto rimane
sulla carta» spiega il presidente della Nuova Clp Davide Tassan. La
riforma-sperimentazione varata da Costa lo scorso 18 giugno pone limiti e
paletti ben precisi al ricorso al lavoro in appalto che, spiega il presidente,
«non deve eccedere il 50% dell’intero carico di lavoro di un terminal». Vengono
definiti i compiti che possono essere svolti da società esterne e quelli che,
per questioni di sicurezza, invece vanno internalizzati. Le autorizzazioni ad
operare come società che prestano servizi portuali, infine, saranno rilasciate
tramite gara pubblica nel numero massimo di tre proprio per evitare
un’eccessiva frammentazione. «Così non succederà più che lavora solo l’amico di
uno piuttosto che di un altro. So di scontentare qualcuno...» chiude il
presidente dell’Autorità portuale ed ex europarlamentare, Tutto bene, dunque? No
perché oltre ai dubbi dei sindacati - un modello ideale è per loro quello che
vede dipendenti dei terminalisti ed ex compagnie al lavoro sui moli con appalti
esterni ridotti al limite o azzerati, come di fatto succede a Genova - vi sono
i dubbi anche degli imprenditori. «Con questi paletti - sbotta il
vicepresidente del terminal Multiservice, Pierluigi Penzo - dare il lavoro in
appalto sarà pressoché impossibile, i sindacati dovrebbero esultare. Io l’ho
detto al presidente: come ex dirigente dell’Autorità portuale bisogna capire se
si vuole rilanciare i porti o difendere i privilegi dei portuali». Il braccio di ferro, è iniziato.
Ora a Venezia, ben presto su tutti i moli italiani. SAMUELE CAFASSO |